di Nicoletta Frontani
“Unite”, “disunite”, “piatte”…perché così spesso i giudizi degli insegnanti sulle classi sono stereotipati ed ovvi? Forse occorre ripensare il concetto stesso di classe.

Uno dei momenti più difficili del lavoro dell’insegnante è quando deve descrivere la fisionomia di una classe esprimendo su di essa un giudizio globale. La difficoltà non è imputabile all’imperizia o alle scarse capacità di sintesi, quanto alla impossibilità di “pensare la classe” in termini univoci.
Forse per questo le risposte sono spesso degli esercizi retorici e non si discostano da alcuni stereotipi fissi, adattabili ad ogni circostanza ed a qualsiasi gruppo, per esempio in ogni classe ci sono i bravi, quelli che se la cavano, i cattivi, in qualche caso i pessimi che proprio non vogliono far nulla e disturbano gli altri, ci sono classi “unite” e classi “disunite”, classi “turbolente”, “collaborative”, “stimolanti”, “piatte”…
Ogni tentativo di definizione globale è insoddisfacente, prima di tutto per gli insegnanti stessi, perché residuo di una visione totalizzante, oserei dire moralistica, del gruppo, messa in forte discussione dalla esperienza sul campo e dalle riflessioni teoriche.
Che cosa è una classe? Un gruppo di pari, un insieme complesso caratterizzato da esperienze, livelli di apprendimento, impegno ed interessi molto diversificati.
In sostanza la classe è una non-unità, una rete di relazioni interpersonali e di gruppo che l’insegnante è chiamato a “gestire” tra mille difficoltà. Il suo ruolo è delicato e difficile se è vero che deve essere attento non solo ai saperi disciplinari e ai diversi livelli di apprendimento di tali saperi, ma anche al ruolo che hanno i sentimenti all’interno del gruppo, alle dinamiche emozionali che si innescano tra adolescenti, tra il gruppo e l’adulto, tra l’adolescente ed il sapere stesso.