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Questi studenti mi sembrano un po’ disorientati
All’origine di tante scelte universitarie disastrose c’è sicuramente la scarsa informazione dei giovani. Ma anche la scuola fa la sua…
All’origine di tante scelte universitarie disastrose c’è sicuramente la scarsa informazione dei giovani. Ma anche la scuola fa la sua parte: per esempio, continuando a ignorare le scienze sociali. Intervista a Maria Stella Agnoli, professoressa di metodologia e tecnica della ricerca sociale presso la facoltà di socilogia dell’università”La Sapienza” di RomaA cura di Daniele Ponzo […]

All’origine di tante scelte universitarie disastrose c’è sicuramente la scarsa informazione dei giovani. Ma anche la scuola fa la sua parte: per esempio, continuando a ignorare le scienze sociali.

Intervista a Maria Stella Agnoli, professoressa di metodologia e tecnica della ricerca sociale presso la facoltà di socilogia dell’università”La Sapienza” di Roma
A cura di Daniele Ponzo

Innanzitutto facciamo una piccola presentazione, parliamo un po’ della sua carriera e del suo ambito di interesse:

Sono laureata in sociologia e insegno da quasi trenta anni metodologia e tecnica della ricerca sociale, che è la disciplina che nell’ambito del corso di laurea, in qualche modo, addestra, forma, alla pratica della ricerca sociale. Sono presidente del corso di laurea in sociologia e quindi mi occupo di tutto quello che attiene alla organizzazione didattica complessiva del corso di laurea.

Quanto è importante per lei la comunicazione nel lavoro con gli studenti?

Beh, direi che la comunicazione, la capacità di comunicare, è fondamentale in ogni forma di relazione. La sociologia, per altro, è proprio la scienza che studia le relazioni della vita associata, quindi il tema della comunicazione che, ripeto, è centrale in ogni forma di attività umana che implichi relazione e interazione, è un tema di studio e di riflessione specifica della sociologia proprio come scienza della vita associata.

Lei ha svolto anche l’attività di tutorato (orientamento e assistenza agli studenti n.d.i.) all’interno della facoltà di sociologia. Quali sono le difficoltà maggiori che hanno gli studenti?

I problemi incontrati nel rapporto con gli studenti in sede di attività di tutorato, mi pare che fossero soprattutto rinviabili ad un dato preoccupante: lo scarso livello di informazione. I problemi che ci venivano posti, erano problemi che derivavano da una mancanza di conoscenza sulla strutturazione del corso, sulla dislocazione delle varie attività del corso all’interno della struttura e su, addirittura, il progetto di formazione del corso di laurea che questi ragazzi avevano scelto. È una cosa che continuiamo a notare nel tempo, cioè, che spesso si arriva alla scelta di un percorso universitario scarsamente informati; se questo possa dipendere anche da scarsa motivazione, è questione che andrebbe affrontata più approfonditamente; insomma, quello che ritengo possa essere oggi uno dei problemi più importanti con cui l’università deve fare i conti, è proprio quello di garantire che gli studenti che si orientano verso corsi universitari siano informati al meglio, non solo sul panorama della offerta, ma proprio sui contenuti e i progetti formativi. Purtroppo la tendenza di molti giovani, che noi abbiamo riscontrato anche in occasione dell’iniziativa “Porte aperte alla Sapienza”, è quella di limitarsi alle etichette e di non approfondire i contenuti di formazione dei settori disciplinari.

Quale potrebbe essere il ruolo della scuola, per venire incontro a queste situazioni?

Il ruolo della scuola è fondamentale. Il ruolo della scuola media superiore, un po’ da sola, un po’ collaborando con le strutture universitarie, dovrebbe essere quello di informare i giovani su quello che è il panorama dei settori di studio e ricerca che si possono aprire al loro interesse, una volta usciti dalla scuola superiore. Faccio un esempio banale: materie, insegnamenti, come l’antropologia, la psicologia, la sociologia stessa, sono settori di studio di cui, spesso, i giovani a livello di scuola media superiore, non hanno mai sentito parlare. La scuola media superiore, dovrebbe, intanto, informare sul ventaglio dei settori di studio e ricerche, la scuola dovrebbe uscire un po’ dal quadro delle materie che si insegnano nella scuola superiore ed aprirsi di più al panorama della formazione fuori della scuola media superiore; dovrebbe mantenere contatti adeguati con le strutture universitarie, affinché le strutture universitarie possano essere messe in condizione di svolgere attività di orientamento, ma un orientamento precoce, non limitato ad un paio di incontri alla fine di un percorso di cinque anni, un orientamento che possa consentire di sedimentare curiosità, interesse che i giovani avrebbero modo di soddisfare recandosi presso le strutture universitarie, accedendo agli strumenti che l’università mette a disposizione degli studenti. La mancanza di informazione e di conseguenza, di motivazione, è alla base di tanti disastrosi percorsi universitari, percorsi che si concludono con fughe e abbandoni non indolori, perché si sono investiti progetti, risorse, tempo, denaro.

Quale potrebbe essere lo specifico apporto della sociologia, all’interno di una scuola, un ipotesi di lavoro all’interno delle scuole?

Ma non solo della sociologia, direi in generale delle scienze sociali, un apporto potrebbe essere quello di collaborare con le strutture didattiche per realizzare studi, indagini nell’ambito delle scuole, volti a cogliere curiosità, interessi, motivazioni, ad acquisire indicazioni sui bisogni di conoscenza che i giovani hanno. Le scienze sociali possono davvero aiutare la scuola a conoscere meglio i bisogni dei propri studenti e a mettere a punto delle iniziative di soddisfazione di questi bisogni, a livello relazionale, di informazione, di sostegno delle motivazioni.

Infine, vorrei sapere che cosa ne pensa del “burn out” degli insegnanti?

Il lavoro dell’insegnante è diventato difficilissimo, ha bisogno di essere supportato con strumenti di conoscenza che mettano gli insegnanti in condizione di affrontare il problema del rapporto con le giovani generazioni, il problema della rivalità che, dal punto di vista della possibilità di comunicare con i giovani, essi devono sostenere con altri mezzi, come i mezzi di comunicazione di massa, ma anche i mezzi relazionali più diversificati. Il giovane si trova difficilmente in condizione di apprezzare e valorizzare quello che la scuola gli può dare. L’insegnante questo lo capisce e si trova, in qualche modo, delegittimato, si trova a fare un lavoro faticoso, di cui è anche scarsamente riconosciuto l’enorme valore sociale. Quindi, secondo me, per la fatica che l’insegnante deve sostenere e per i modi in cui è costretto a sostenere questo difficile compito, credo che sia facile capire come mai si possa assistere a questo fenomeno di depressione, non del singolo, ma proprio del ruolo dell’insegnante, soprattutto di scuola media superiore.