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Non siamo insegnanti di zompi
Gianfranco Cardelli, un professore di educazione fisica, con esperienze internazionali, fa il punto sui pregiudizi che circondano la sua materia. Vuoi…
Gianfranco Cardelli, un professore di educazione fisica, con esperienze internazionali, fa il punto sui pregiudizi che circondano la sua materia. Vuoi presentarti?Mi chiamo Gianfranco Cardelli, ho 43 anni e da 16 insegno educazione fisica. Attualmente lavoro nel liceo “Francesco d’Assisi” di Roma. Svolgi altre attività, oltre l’insegnamento?Sono tecnico della nazionale di Pentatlon moderno, ho già fatto […]

Gianfranco Cardelli, un professore di educazione fisica, con esperienze internazionali, fa il punto sui pregiudizi che circondano la sua materia.

Vuoi presentarti?
Mi chiamo Gianfranco Cardelli, ho 43 anni e da 16 insegno educazione fisica. Attualmente lavoro nel liceo “Francesco d’Assisi” di Roma.

Svolgi altre attività, oltre l’insegnamento?
Sono tecnico della nazionale di Pentatlon moderno, ho già fatto “solo” 3 olimpiadi, sto per partecipare a quella ad Atene, spero di esserci anche alla prossima a Pechino. Ma trovo che fare l’insegnante sia più difficile che fare l’allenatore: comunicare con gli adolescenti non è facile, non ti nascondo che certe volte mi sono trovato in difficoltà. Una buona comunicazione, in alcuni casi, non dipende tanto dalla bravura o dal modo di fare dell’insegnante, ma da variabili individuali, dalla fase di crescita che sta attraversando il ragazzo. Mi è capitato che certi modi di comportarsi, nei confronti di un determinato alunno, un anno rimanessero senza esito, e riuscissero invece efficaci l’anno successivo.

Quanto è importante per te la comunicazione, nel lavoro con gli studenti?
Se la maggior parte di una classe va male, sicuramente c’è qualcosa che non funziona nella comunicazione. Al contrario, quando il rapporto con i ragazzi è completo, come comunicazione sia verbale che gestuale, si può ottenere quasi il massimo del risultato. Se si trascura questo aspetto, é più difficile tirare fuori le potenzialità, anche da ragazzi capaci.

Cosa funziona di più?
Stabilire una comunicazione al loro livello. Questo li porta ad essere più aperti, ad esprimersi di più. Poi da lì, pian piano, si può tirare fuori qualcosa di più importante.

Pensi ad un rapporto non autoritario, amichevole?
No, con i ragazzi di oggi l’autoritarismo serve, in alcuni casi ce n’è bisogno. L’eccesso di confidenza è senz’altro negativo. Certo, bisogna saper mediare, essere elastici. Secondo me, ciò che va evitato é il formalismo, che porta al distacco tra le persone. Essere meno formali ti avvicina di più, ti consente di stabilire una comunicazione anche su questioni più personali, che possono essere molto importanti per la salute psicofisica dell’alunno. Per esempio, mi è capitato il caso di un ragazzo che faceva uso di sostanze dopanti: a seguito di certi discorsi che avevo fatto, è venuto da me a chiedermi consiglio. In questo caso, si era stabilito un rapporto di fiducia con l’insegnante.

Come hai elaborato il tuo stile comunicativo? Hai avuto dei modelli?
Ho osservato tutti, non ho seguito un modello in particolare, perché secondo me nell’insegnamento non ci sono modelli unici. Quello che posso dire è che, nella realtà di tutti i giorni, sono diverso da come appaio sul lavoro. A scuola sembro un “duro”, mentre invece di natura sono un timido, una persona piuttosto riservata.

Pensi che coinvolgere i ragazzi in attività extrascolastiche di tipo sportivo, possa contribuire a creare un clima comunicativo positivo?
Sì, molto, purché ci sia da parte degli altri insegnanti la disponibilità ad integrarle nella programmazione. Queste cose sottraggono tempo allo studio a casa. I ragazzi, a quell’età, spesso non sanno gestire gli impegni pomeridiani. Per questo motivo, gli insegnanti dovrebbero stare attenti a non abusare del tempo extrascolastico.

Cosa pensi che sia sicuramente “sbagliato” nel rapporto con gli allievi?
Non mi piace l’atteggiamento del tipo “sono qui per mettere dei voti”.

Come è vissuto il rapporto con i colleghi, dal punto di vista di chi insegna educazione fisica?
Non è vissuto bene. Siamo considerati “insegnanti di zompi”. Proprio ieri, durante una riunione, un professore ha detto che “oggi il linguaggio dei ragazzi o è da TV o da palestra”, intendendo evidentemente deprecare l’una e l’altra. Avrei voluto chiedere a quel professore: sei così sicuro che l’influenza della televisione sia soltanto negativa? E perché dai per scontato che in palestra i ragazzi non possano trovare motivi e occasioni di crescita? La palestra come sinonimo di vuoto culturale: questo è un pregiudizio. Bisognerebbe ricordarsi che i più grandi campioni sono persone ad alto livello, professionisti molto qualificati.

Anche nei consigli di classe il vostro contributo non è sempre tenuto in debito conto…
Nell’80% dei consigli ti viene data la parola per ultimo, e solo per un istante. Oppure per penultimo, perché c’è l’insegnante delle materie “importanti” che deve trarre le conclusioni, riservandosi un lungo intervento. Mi è capitato persino di essere “saltato”, e questa è la situazione più imbarazzante. La realtà è che il nostro contributo dagli altri docenti è ritenuto trascurabile, e viene ascoltato pro forma. Anche qui gioca il pregiudizio nei confronti della nostra disciplina, e dello sport in generale.

Il punto di vista dell’insegnante di educazione fisica è particolare.
La nostra materia è diversa, il nostro sistema di valutazione è diverso. Noi non abbiamo un obiettivo definito rigidamente, uguale per tutti i soggetti; il nostro obiettivo è il miglioramento degli schemi corporei e motori, ma questo può significare cose molto diverse a seconda dell’individuo. In più, per noi non esiste la valutazione negativa.

Gli altri insegnanti sono talvolta “scettici” sulle lezioni di educazione fisica.
Vorrei invitare gli altri professori ad assistere ad una nostra lezione. A noi basta dare a un ragazzo una palla, e osservare il modo in cui la usa, per capire la sua personalità. Inoltre, l’ora di educazione fisica per i ragazzi è un’occasione importante di socializzazione, di apertura.

Cosa pensi del rapporto scuola-famiglia?
Spesso è un gioco delle parti, non c’è reale comunicazione. Intanto, la quasi totalità dei genitori partecipa poco; la realtà è che molti di loro oggi sono meno presenti in casa, seguono poco attentamente la vita scolastica dei figli. Quelli che vengono a parlare con il professore di educazione fisica sono pochissimi, in genere si tratta dei familiari degli alunni migliori, oppure di quelli peggiori, che si rivolgono a noi per “raccomandarsi”. Oggi il voto di educazione fisica fa media, e alcuni genitori si interessano solo di questo. Ma la colpa di questi atteggiamenti è soprattutto della scuola.

Cosa potrebbero ascoltare questi genitori di diverso e di interessante, dai prof. di educazione fisica?
Noi possiamo dare, forse più di altri insegnanti, un metro di giudizio di quello che veramente è il ragazzo, della sua sua vera personalità. Che può presentarsi in modo molto diverso a scuola e a casa. Con il professore di educazione fisica i giovani si aprono di più, sono più rilassati e sereni, più liberi. Spesso ci chiedono consiglio su come regolarsi con i professori delle altre materie, ci parlano delle difficoltà che incontrano nel rapporto con loro. Se i colleghi volessero conoscere cosa veramente i loro studenti pensano di loro, non avrebbero che da chiederlo a noi.