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I Segreti della memoria
di Monia Cappuccini Quante volte vi è capitato di dimenticare il nome di una persona conosciuta, un appuntamento programmato, una…
di Monia Cappuccini Quante volte vi è capitato di dimenticare il nome di una persona conosciuta, un appuntamento programmato, una formula matematica o un concetto letto e riletto centinaia di volte? Probabilmente spesso, senza nascondere un certo imbarazzo nel vivere la dimenticanza come una perdita di controllo sulla vostra mente. Solleverà forse sapere che se […]

di Monia Cappuccini

Quante volte vi è capitato di dimenticare il nome di una persona conosciuta, un appuntamento programmato, una formula matematica o un concetto letto e riletto centinaia di volte? Probabilmente spesso, senza nascondere un certo imbarazzo nel vivere la dimenticanza come una perdita di controllo sulla vostra mente. Solleverà forse sapere che se la memoria perde i colpi non è per forza a causa dell’invecchiamento, altrimenti non si spiegherebbe come, sia giovani che vecchi, ricordano fatti spiacevoli, che magari avrebbero voluto cancellare per sempre, in maniera talmente vivida come se fossero successi ieri. Prima di rassegnarsi di fronte all’affermazione “la mia memoria non è più quella di un tempo” o di correre da un medico a farsi prescrivere qualche rimedio farmacologico, varrebbe la pena soffermarsi su una domanda: come possiamo evitare che la nostra memoria zoppichi invece di sostenerci nei momenti importanti?
Negli ultimi anni le conoscenze in ambito scientifico sono andate aumentando in diversi settori: dalle neuroscienze che studiano i meccanismi dei neuroni, alla scienza cognitiva che descrive le strategie mentali in chiave biologica, dalla psicologia sperimentale che individua le leggi della memoria, fino alla neuropsicologia che interviene quando una parte specifica del cervello subisce un danno. Così veniamo a sapere che la memoria non è unica ma ne esistono di diversi tipi, che ognuna di esse dipende da particolari strutture e da specifici meccanismi di codificazione, e che se la memoria visiva dipende in maggiore misura dall’emisfero destro del cervello, quella verbale è dominata invece dal ruolo del sinistro responsabile delle funzioni linguistiche. Tutto sta quindi nel riuscire a sfruttare una capacità pressoché illimitata di risorse, consegnateci dalla natura all’atto della nascita. “É come creare un file Word. Se non clicchi sul comando Salva prima di spegnere il computer l’informazione andrà persa” afferma Matthew Walzer, docente di psichiatria ad Harvard.
Ma a metterci in guardia da una eccessiva fiducia nell’automatismo mentale sono soprattutto gli psicologi, i quali sottolineano l’importanza della memoria come agente strutturante nella formazione del nostro senso di identità. Vale a dire, è attraverso il personale bagaglio di ricordi che possiamo riconoscerci in ciò che effettivamente siamo stati fino a quel momento. Pensare meglio significa anche decidere meglio, imparare ad osservare e a creare connessioni logiche favorisce l’apprendimento ed evita che siano gli eventi a farci sopradeterminare nelle scelte. Nella surplus di stimoli prodotti dalla realtà odierna, si è generata una crisi del tempo dell’attenzione, ed è attraverso il potenziamento degli strumenti della percezione che possiamo recuperare le nostre creative funzioni cerebrali. In questo esercizio complice è l’emozione, laddove il proverbio “Sbagliando s’impara” litiga con la retorica di fronte ai ricordi che hanno fatto scuola nella nostra privata sfera sensoriale. Lezioni da salvaguardare e da tenere a mente in un mondo che, se da un lato è impegnato a immagazzinare velocemente informazioni, dall’altro ci ha abituato spesso e volentieri al facile dimenticare.

Alberto Oliverio lavora nel campo delle basi biologiche del comportamento, è professore di Psicobiologia presso l’Università di Roma La Sapienza e dirige la sezione di Psicobiologia e Psicofarmacologia dell’Istituto di Neuroscienze del CNR. Al funzionamento della memoria, in chiave logica e creativa, è dedicato il suo libro “L’arte di ricordare” (Rizzoli, Milano, 1998).

Cos’è la memoria?
Ci sono tanti modi per definire i diversi tipi di memoria. In linea di massima la memoria è la capacità del nostro cervello di registrare esperienze che lasciano una traccia più o meno duratura. Questa traccia implica modifiche che alterano il nostro modo di agire e pensare in modo conscio o inconscio.

Nel cervello esiste una sede della memoria?
I ricordi più antichi sono distribuiti nei circuiti nervosi della corteccia, una specie di deposito dei ricordi selezionati e codificati dalla cosiddetta regione temporale media, snodo essenziale per paragonare tra di loro le esperienze, consentire di tracciare analogie, ristrutturarle in termini di significati. Una volta compiuto questo lungo lavoro l’archivista dispone di una mappa e possiede la chiave per andare a ricercare nei posti giusti le diverse parti e componenti dei ricordi, per ricostituire da un insieme di tesserine il puzzle della memoria.

Spesso si ha la sensazione che un ricordo sia “sulla punta della lingua”: non emerge perché non siamo in grado di concentrarci o di prestare attenzione?
Un ricordo non viene registrato dalla mente nella sua integrità ma scomposto nei suoi diversi elementi, ognuno dei quali richiede un complesso lavoro che implica la formazione di categorie, generalizzazioni, paragoni, connotazioni emotive. Il fenomeno della “punta della lingua” dipende dal fatto che viene rintracciata soltanto una parte dell’informazione necessaria per produrre un ricordo totale, e più suggerimenti o battute d’entrata si hanno più è facile arrivare a ricostruire una memoria. Può capitare di recuperare all’improvviso un nome quando ormai avevamo rinunciato a cercarlo: questo perché la nostra mente ha continuato a lavorare inconsciamente su quel problema, innescando una massa critica di informazioni necessaria per ricostituire quel ricordo.

Le amnesie quotidiane da cosa dipendono?
Molto spesso non ricordiamo qualcosa perché siamo confusi da altri stimoli (interferenze) o perché siamo stressati o ansiosi, in altri casi ci troviamo al di fuori di un contesto con cui associamo un particolare ricordo. Le associazioni tra memorie e contesto sono fondamentali: ad esempio, ci può capitare di non riconoscere il nostro giornalaio se lo vediamo al cinema o alla stazione, mentre non abbiamo alcun problema di riconoscimento quando è nel suo contesto.

Per ricordare meglio è importante ripetere?
La ripetizione rappresenta il metodo più primitivo per memorizzare un testo o per ricordare una qualche esperienza. La strategia può funzionare, ma per potenziare la memorizzazione bisogna innanzitutto curare il processo di percezione e di attenzione. Uno studio sui visitatori dei musei ha indicato, ad esempio, che di media si spendono circa 6 secondi per guardare un dipinto. L’impressione che se ne ricava è indubbiamente fugace, e nella memoria rimane soprattutto la sensazione di un impreciso coinvolgimento emotivo. Prestare attenzione è un aspetto fondamentale della memoria e molte nostre incapacità dipendono dal fatto che l’attenzione è stata labile o che nel momento in cui abbiamo fatto un’esperienza eravamo poco coinvolti.