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Dimenticare Starnone
INTERVISTA AL PROF. LUIGI GALELLA E’ possibile raccontare la scuola in una chiave diversa da quella parodistica dell’autore di Fuori registro ed Ex…
INTERVISTA AL PROF. LUIGI GALELLA E’ possibile raccontare la scuola in una chiave diversa da quella parodistica dell’autore di Fuori registro ed Ex cattedra, che film di cassetta hanno poi diffuso presso il grande pubblico? E’ possibile superare lo stereotipo patetico del professore sfigato? Da piu’ di un anno Luigi Galella, sulle colonne del quotidiano l’Unità, ci sta […]
INTERVISTA AL PROF. LUIGI GALELLA

E’ possibile raccontare la scuola in una chiave diversa da quella parodistica dell’autore di Fuori registro ed Ex cattedra, che film di cassetta hanno poi diffuso presso il grande pubblico? E’ possibile superare lo stereotipo patetico del professore sfigato? Da piu’ di un anno Luigi Galella, sulle colonne del quotidiano l’Unità, ci sta provando; con risultati molto interessanti.

Roma, settembre 2002

Vuoi presentarti?
Mi chiamo Luigi Galella, insegno da diversi anni italiano e storia nelle scuole superiori, attualmente a Fregene nell’istituto tecnico Paolo Baffi. Da piu’ di un anno collaboro al quotidiano l’Unità, con dei racconti sulla vita scolastica.

Insegnare era il tuo obiettivo?
All’inizio no. Dopo la laurea nel ’81 e il dottorato in Olanda, mi sono occupato di critica letteraria, in particolare di Pirandello e Calvino, con l’intenzione di intraprendere la carriera universitaria. Nel frattempo, coltivavo una passione di tipo creativo per la letteratura, pubblicando un romanzo nel ’85 , L’asino in corpo, edito dal Bagatto, e un racconto in Raccontare ’80.

I tuoi racconti sull’Unità ci hanno colpito per la loro capacità di penetrare la dimensione emotiva del mondo scolastico. Come è nata questa attività?
Ho avuto la proposta proprio dal condirettore dell’Unità, Antonio Padellaro, al quale avevo offerto la mia collaborazione. L’idea di questi racconti è stata sua, si era reso conto che di scuola nessuno si occupa nel senso dell’ esperienza vissuta, soprattutto dei ragazzi, della loro vita. E’ stato lui a darmi questa chiave, sapendo che insegnavo.

Ti era già capitato di scrivere di questi argomenti?
Non l’avevo fatto prima. Questi racconti nascono dalla mia esperienza di vita, dalla mia duplice attività, di insegnante e scrittore. E’ un po’ cronaca e un po’ narrazione.

C’è il precedente illustre di Domenico Starnone. Quanto ha contato per te?
Un precedente autorevole. Stimo molto Starnone, che considero un grande scrittore. Credo che Via Gemito, in particolare, sia un vero capolavoro. In Fuori registro ci sono pagine di ottima letteratura. Ma i modelli sono importanti, anche perché ne possiamo prendere le distanze. Avendo in mente quel modello, ho pensato di non seguirlo. In Starnone c’è soprattutto il bozzetto, la parodia, il comico; io ho preferito un’analisi più introspettiva, cercando di accostarmi alla loro sensibilità profonda, al vissuto interiore dei ragazzi; io cerco di parlare dei loro sentimenti.

Quella di Starnone non è certo una visione positiva della scuola.
Più che altro lo direi profondamente disincantato; recita il suo disincanto nella forma dell’ironia, o meglio della parodia,. Può anche darsi però che il suo sia un approccio solo di tipo letterario. Nel mio caso quasi sempre si tratta di realtà, che certo io in parte manipolo, “montando” delle situazioni. Ho scritto 40 pezzi, ormai si sono creati dei veri e propri personaggi.

Qual è stata la risposta dei tuoi studenti?
La risposta dei ragazzi è stata interessante, si sono molto riconosciuti, anche dove io forzavo un po’ la mano della vicenda o del personaggio. Si può dire che siano cresciuti insieme a questi pezzi, hanno contribuito alla loro ideazione, mi capitava spesso di parlarne con loro…

Scrivendo della vita scolastica, e in questa chiave emotiva, cosa ti prefiggi?
Non mi prefiggo delle finalità. Il mio interesse era intanto quello di riuscire a scrivere qualcosa che potesse arrivare ad un pubblico. Questa mia esperienza giornalistica, letteraria, si è riversata in un’esperienza didattica; sicuramente nella mia scuola, nelle mie classi ha inciso, i ragazzi sono cambiati.

Parliamo un po’ dei professori. Cosa pensi del ruolo dell’insegnante? Non credi che ci sia un conflitto forte tra il ruolo e la persona?
Spesso lo soffriamo, a volte cerchiamo di cavarne fuori la “quadratura del cerchio” di cui parlo in conclusione di un mio racconto. Io penso che l’insegnante abbia un ruolo enorme, importantissimo. Se si riuscisse ad avere un riconoscimento sociale diverso, anche economico, credo che intorno a questa figura si potrebbe addirittura costruire l’intera società.

Tu credi nella “missione” dell’insegnante?
Sì, ci credo, sotto l’aspetto sociale e addirittura politico. E’ un grande tema politico, che è stato agitato dalla sinistra, da Blair e da Prodi, ad esempio. Ma la scuola non è cambiata, e la grande scommessa persa dalla sinistra è stata di non aver saputo tradurre in fatti le molte parole dedicate alla scuola nei programmi elettorali.

Il ruolo dell’insegnante è difficile…
Occorre far crescere intorno a questo ruolo un movimento, una passione che sia collettiva, civile. Forse l’insegnamento è l’ultima vera speranza della politica.

In che senso?
Sugli altri temi la politica approda al pensiero unico, mentre sulla scuola può ancora dividersi, può avere un approccio distinto tra chi la vede come l’elemento centrale della crescita umana, ed è disposto a investire in questa risorsa, e chi invece tende a considerarne soltanto gli aspetti formativi per una classe sociale selezionata e privilegiata. Tra chi crede ancora in una scuola per tutti, e chi non ci ha mai veramente creduto.

Ma nell’immaginario collettivo la figura dell’insegnante è stata ridimensionata e un po’ ridicolizzata, anche a causa di film di successo che sottolineavano certi aspetti macchiettistici.
Sì, è vero. In alcuni film sulla scuola c’è un bozzettismo insopportabile, la creazione di uno stereotipo profondamente lontano dalla realtà.

E’ paradossale che molti professori si riconoscano in quei film…
Scatta un automatismo. La mia reazione è stata invece quella di dire: non è affatto così, non mi riconosco in quel bozzetto. La scuola non è solo stereotipo. E’ vero, personaggi starnoniani esistono, ci sono persone nella scuola che sembrano addirittura la caricatura di personaggi starnoniani. Ma la scuola è fatta di esperienze plurime, di persone molto colte e intelligenti, di ragazzi molto diversi tra di loro. Ecco, nei miei racconti io ho cercato di testimoniare la pluralità delle esperienze.

Il nostro sito Comunic@scuola parte dal presupposto che il lavoro del professore vada inserito in una rete di relazioni complessa, nella quale rientra il rapporto con i colleghi, quello con le famiglie, con l’istituzione…
Io tendo a semplificare. Per me è davvero centrale e quasi esclusivamente fondante ogni possibile discorso sulla scuola il rapporto con gli studenti. Il resto mi sembra marginale.

Però le nuove metodologie didattiche, le lezioni in compresenza, la programmazione, ecc. sembrano andare in direzione diversa.
Non esistono, a mio giudizio, teorie pedagogiche migliori delle altre. Esistono le persone e la prassi dell’insegnamento, che stabiliscono delle realtà che hanno senso, di volta in volta. E’ la buona qualità dell’insegnante che fonda la qualità dell’insegnamento, e anche la disponibilità dei ragazzi, naturalmente…l’incontro magico tra questi due elementi. Non credo a nient’altro che a questo. Il resto mi sembra molto fumo, rispetto all’evento dell’insegnare, sul quale abbiamo discusso fin troppo.

Dunque la tua visione delle riforme, come quella tentata da Berlinguer, è negativa.
Non voglio esprimere una posizione “nichilista”; ad esempio, i contributi di Berlinguer erano positivi, soprattutto se confrontati con quelli della Moratti. Voglio dire che certe cose non possono essere decise dalla politica; non credo alle 300 “teste d’uovo” che modificano la scuola.

Cosa pensi dei rapporti tra gli insegnanti?
Il rapporto tra i colleghi è importantissimo, ma fuori dallo schema burocratico dei consigli. Se si liberasse il Collegio dall’obbligo di frequenza, funzionerebbe di più; l’obbligo riduce la reale partecipazione, in molti casi, ad una desolante passività, si tende a delegare tutto alla presidenza, soprattutto quando sembra che gli argomenti non ci riguardino.

Qual è la tua esperienza a riguardo?
Nella mia scuola il rapporto tra i colleghi è buono, c’è parecchia vitalità. Sotto questo punto di vista, il ruolo del preside è importante, se sa sostenere con intelligenza certe iniziative. Per esempio, due anni fa ho realizzato con i miei alunni un cortometraggio, “Loreto senza casco”, che è poi riuscito a ottenere una certa risonanza, anche grazie alla partecipazione di un’attrice nota come Deborah Caprioglio: in quell’occasione -allora insegnavo a Maccarese- fu decisivo il sostegno della Preside, che fin dal primo momento accolse con entusiasmo il mio progetto.

Ti è capitato di vivere situazioni conflittuali con i colleghi, esperienze negative sul piano della comunicazione?
Normalmente io non cerco di imporre le mie idee. Certo, spesso ho verificato che la pensiamo in maniera diametralmente opposta, ma questo è naturale. Non ho avuto esperienze negative, da questo punto di vista.

Hai avuto, al contrario, esperienze positive?
Sì, soprattutto in certi periodi ho avuto la sensazione che fosse possibile costruire con i colleghi qualcosa. Devo dire che ho una buona opinione degli insegnanti, in generale.

Passando al rapporto con gli studenti, ci sono degli approcci che favoriscono la comunicazione con loro?
Non mi pongo degli schemi a priori quando instauro il rapporto con la classe, più che altro parto dai ragazzi. La prima cosa che cerco di fare è capire chi sono, per commisurare il linguaggio, l’approccio. Io credo che non siamo tanto noi ad insegnare, quanto loro ad apprendere da noi. Ho l’idea che siano loro ad utilizzare noi, e noi dobbiamo essere disponibili nel migliore dei modi.

Come cerchi di capire chi sono i ragazzi? Usi dei questionari?
Io sono un fautore del tema. Il tema in passato è stato tanto criticato dalla sinistra, addirittura si è cercato di “farlo fuori”. In realtà, quando gli alunni scrivono dei cosiddetti articoli di giornale o dei “saggi brevi”, scrivono dei temi. Si tratta pur sempre di commenti. Il tema è un’organizzazione libera, creativa, che aiuta il ragazzo. L’altro orizzonte, che impone il tipo di testo, perfino il numero di righe, è più tecnico, più asfittico, di matrice anglosassone, e a me non piace.

Qual è il vantaggio del tema?
Da un tema si può capire un po’ la vita dei ragazzi. Se si centra il tema giusto…Io ho notato che i miei ragazzi, forse anche leggendo i miei articoli, hanno cominciato a liberare la loro creatività, a far venire fuori le loro esperienze. In questo forse esiste un metodo, nel senso di un’attenzione a quello che si prova. I ragazzi spesso non sanno di avere le cose dentro, di aver vissuto certe esperienze. E’ quest’attenzione, questo riconoscimento di sé che loro devono compiere.

Quando trovi delle resistenze, ragazzi molto chiusi: come ti regoli?
Dobbiamo anche riconoscere la nostra impotenza. Sul piano formativo è molto più importante la famiglia della scuola. Ci sono dei casi estremi di chiusura, in cui non riesci a penetrare, e non dipende completamente da te. Comunque io ci provo sempre, anche se non sempre ci riesco

Il rapporto con i ragazzi fuori della scuola può servire?
Tutto può andare bene per incontrare i ragazzi. Normalmente ho un rapporto confidenziale, amichevole. Credo, in generale, che uscire fuori dalla scuola serva molto a migliorare i rapporti docenti-alunni.

Hai avuto qualche esperienza negativa nel rapporto con gli alunni?
All’inizio in certi periodi ho cercato di essere un insegnante perfetto sotto il profilo teorico, forse raffreddando eccessivamente la relazione emotiva con i ragazzi, ma credo di essere cambiato. All’inizio pensavo che l’insegnamento fosse soprattutto contenuto razionale, conoscenza da trasmettere. Non dico che fossi un ghiacciolo, ma tendevo ad essere forse un po’ rigido. Il mio modello era la conoscenza, l’idea della trasmissione della conoscenza.

Cosa ti ha fatto cambiare?
Proprio l’esperienza del film, che risale a due anni fa, è stata una svolta; ho capito che si poteva essere insegnanti e avere un rapporto meno legato a questo cliché culturale. Naturalmente, non può esserci solo la relazione emotiva, i ragazzi hanno bisogno di contenuti, devono studiare, in questo la penso all’antica. Non bisogna essere troppo indulgenti.

I ragazzi hanno spesso delle aspettative al momento della valutazione.
Talvolta capita una cosa strana. Quest’anno avevo una quinta, avevo un buon rapporto, a me sembrava ottimo; poi ho capito che alcune ragazze ce l’avevano con me perché pensavano di essere sottovalutate.

Qui finiamo sul problema della oggettività della valutazione…
Non esistono valutazioni oggettive, ma opinioni oggettive, anche se può sembrare un paradosso; questo è il massimo a cui possiamo approdare, tutto qui. La valutazione nazionale, la docimologia è pura demenza; la valutazione non è una scienza, è un’esperienza, e come tale è fortemente conflittuale con la dimensione soggettiva. Io nel valutare cerco di essere giusto, equo; non scientifico.

Cosa significa essere equi?
Quando faccio quei test cosiddetti “obiettivi”, con le risposte multiple, che ritengo utili per spingere i ragazzi a prepararsi, mi rendo conto che i risultati sono in sintonia con i voti dell’orale. Gli errori di valutazione non sono così vistosi, in realtà. Il problema è che due voti uguali dati a due diversi alunni sono profondamente diversi, il numero non riesce ad esprimere la differenza. Io cerco di non rendere inique le differenze tra un ragazzo ed un altro…

Però bisogna stare attenti al fatto che la valutazione viene vissuta come un messaggio di stima o di disistima…
Una ragazza non mi rivolgeva più la parola perché le mettevo sempre 6, e credeva che lo facessi pregiudizialmente. Non sempre hai la possibilità di spiegare il voto – io ci provo a volte ci riesco, a volte no. Come capita anche nel rapporto tra padre e figlio, i figli non sempre vogliono ascoltare i padri. L’anno prossimo ho intenzione di lavorare su questo tema del voto, farne motivo di dialogo collettivo, di esperienza comune, partendo da una grande discussione intorno al voto.

Per i ragazzi alla fin fine conta il voto.
Sì, si misurano su quello. Io dico ai ragazzi che ciò che conta è il voto finale. Noi possiamo sbagliare, ma alla fine dell’anno proviamo ad essere equi.

Valutare è molto stressante, sappiamo di essere osservati da 25 giudici severi…
Il sistema del test ci libera dal peso dell’osservazione cui siamo sottoposti. Se facessimo solo test, ci sentiremmo sollevati dal problema della valutazione. Ma sarebbe solo un delegare all’esterno, un fare finta, un’ipocrisia.

Cosa pensi del colloquio orale? Qualcuno oggi tende a ridimensionarne l’importanza.
Il colloquio è molto più importante del test. Nel colloquio i ragazzi parlano; nel test no. Potrebbero saper rispondere, e non essere dei parlanti. Si potrebbe avere una totale afasia di costruzione del discorso. Sai le cose, ma non sai raccontarle; saper rispondere non significa saper dire, questo è il limite del test.

Dal colloquio possiamo ricavare molte informazioni sull’alunno , al di là delle cose che dimostra di sapere: il suo modo di comportarsi, di parlare…
Anche quello che oltrepassa ciò che il ragazzo racconta ci consente di comprendere molte cose su di lui, ci dà indicazioni preziose, che ci aiutano a uscir fuori dal vicolo cieco della valutazione oggettiva.

Cosa pensi del rapporto tra scuola e famiglia? Non si risolve spesso in un “gioco delle parti”?
Il rapporto con le famiglie è importante per capire di più un ragazzo. Certe situazioni dei ragazzi sono segnate dall’esperienza con i genitori. Mi è capitato il caso di un alunno abulico, che non studiava. La famiglia invece era completamente diversa: madre loquacissima, padre molto presente…insomma, dei genitori un po’ ingombranti che in qualche misura erano all’origine delle difficoltà del ragazzo. Ma sono solo indicazioni che ti consentono di capire di più, ma poi che fai? non puoi modificare certo la situazione familiare. Talvolta puoi dare delle indicazioni, ci sono casi in cui i genitori sono così incapaci di guardarsi, così aggressivi con gli insegnanti e con lo stesso ragazzo…hai di fronte un muro, puoi solo prenderne atto. Ma sono eccezioni. La maggior parte delle volte è un’occasione in più, uno strumento utilissimo. Del resto, dal punto di vista della formazione psicologica, io credo che la dimensione familiare sia fondamentale.

Hai mai vissuto il rapporto con gli studenti come una “sfida”?
No, il concetto di sfida non rientra nella mia visione. Anni fa, mi capitò una volta una ragazza che ce l’aveva con me. Ma sono esperienze rare. Tendo a non attribuire molto valore a questi piccoli eventi. La sfida, penso, è l’insegnamento in generale, una bella sfida.

Perché?
Perché è un’esperienza difficilissima e stressante.Ci sono insegnanti che arrivano alla fine dell’anno con una sensazione di vuoto, di fallimento. L’insegnamento è una sfida che si può perdere.
Più che perderla, si ha la sensazione di averla persa. Noi professori a volte siamo sfiduciati. Talvolta i ragazzi vanno da un’altra parte rispetto a quella che desidereremmo, ma forse è giusto così.

La realtà è più caotica di quanto non si vorrebbe…
Dobbiamo cercare di non sembrare troppo perfetti, di non tendere alla perfezione; c’è un “disordine” del quale dobbiamo prendere atto.

La “quadratura del cerchio” come metafora dell’insegnamento, della quale parli in un tuo racconto pubblicato a giugno sull’Unità: pensi che alla fine si possa trovare?
Non c’è una via. C’è la conoscenza del ragazzo, l’unione di tanti elementi che cercano una sintesi. E’ un mestiere difficile: noi ci proviamo, tutto qui.