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Cari professori, imparate a comunicare
Intervista il prof. Maurizio Tiriticco Un famoso pedagogista italiano invita gli insegnanti a prendere coscienza dei mutamenti sociali e culturali,…
Intervista il prof. Maurizio Tiriticco Un famoso pedagogista italiano invita gli insegnanti a prendere coscienza dei mutamenti sociali e culturali, che hanno trasformato radicalmente il loro lavoro. 1. Prof. Tiriticco, l’ipotesi di partenza del nostro sito vede la scuola come un sistema complesso di relazioni tra insegnanti, studenti, famiglie; un sistema nel quale si intrecciano pregiudizi, […]

Intervista il prof. Maurizio Tiriticco

Un famoso pedagogista italiano invita gli insegnanti a prendere coscienza dei mutamenti sociali e culturali, che hanno trasformato radicalmente il loro lavoro.

1. Prof. Tiriticco, l’ipotesi di partenza del nostro sito vede la scuola come un sistema complesso di relazioni tra insegnanti, studenti, famiglie; un sistema nel quale si intrecciano pregiudizi, schemi di identità e di ruolo, aspettative reciproche – tutte cose delle quali non sembra esserci sufficiente consapevolezza, soprattutto da parte dei docenti. Cosa ne pensa?

Una istituzione scolastica autonoma (ISA), stando alle innovazioni normative, si costituisce come un “sistema organizzato aperto” che, come tale, si confronta con il territorio a cui offre determinati servizi di ordine culturale, educativo, formativo, informativo, che devono perseguire determinate finalità, rispondere a determinati standard di funzionamento (che per altro sono ancora da individuare a livello nazionale), produrre beni particolarissimi, in termini di conoscenze, competenze e capacità. Si tratta di una svolta a 180 gradi che ha fatto credere a molti che la scuola sia diventata (o dovrebbe diventare) una azienda, il dirigente un manager, gli alunni dei clienti e via dicendo. Si tratta di una lettura sbagliata e riduttiva della innovazione in atto, ma pericolosa in quanto fuorviante rispetto alla effettiva trasformazione. Non ho paura a dire che anche una azienda è un “sistema organizzato aperto”, ma con finalità ben diverse da quelle di un’ISA, che un dirigente deve avere anche competenze manageriali, che un alunno è un cliente particolare, che “compra” formazione, che certamente non è assimilabile a un dentifricio!
Da una non conoscenza delle innovazioni degli anni Novanta (sul terreno non solo normativo, ma anche della nuova struttura della PA e dei servizi pubblici) discendono tutti i luoghi comuni in cui si intrecciano – come dite voi – pregiudizi e si confondono identità, ruoli, aspettative e non solo da parte dei docenti.
Io insisto sempre sul fatto che gli insegnanti (comunque tutti gli operatori dell’educazione, quindi anche dirigenti e genitori) dovrebbero studiarsi ben bene tutti i dispositivi del cambiamento (in allegato c’è un elenco di massima!) altrimenti rischiano di gettare la spugna e/o di andare alla disperata ricerca di un ruolo sociale (ed antropologico-culturale, se volete) che non esiste più! Se poi consideriamo che esistono anche serie difficoltà oggettive (una riforma rigettata ed una riforma ancora indefinita; una autonomia ancora asfittica; una politica scolastica centrata solo sul risparmio, e così via), il rischio di cui sopra si eleva a potenza.
Ritengo che sia fondamentale la vostra scelta, quella, cioè, di centrare una seria attenzione sulle questioni che riguardano i sistemi, le organizzazioni, i flussi di informazione, i modelli di gestione, ecc, tutte quelle tematiche a cui non si può sottrarre nessun “operatore” di una società sempre più complessa. Sono questioni che riguardano tutti i ruoli (e tutte le funzioni connesse), non solo quello dell’insegnante! Anche un cuoco, un estetista, un chirurgo, un commercialista, un perito elettronico (notate come sia lungi da me quella gerarchia delle professioni, quelle “liberali” da una parte e quelle “vili e meccaniche” dall’altra, che abbiamo ereditate da un modello sociale ormai assolutamente superato! Purtroppo, però, non tutti se ne rendono conto!) non possono sottrarsi ad una continua rivisitazione del ruolo!
Per essere più concreto e se mi è lecito avanzare alcune proposte, suggerirei di avviare approfondimenti seri su concetti di fondo che soggiacciono al cambiamento e lo condizionano, ma sui quali vi è una pessima conoscenza! I concetti potrebbero essere i seguenti:
* la questione della qualità dei processi progettati/gestiti/attivati e dei prodotti realizzati/non realizzati
* la questione della comunicazione come informazioni in/out
* la questione della comunicazione come relazioni interpersonali
* la questione degli standard di funzionamento
* i concetti di efficienza, efficacia, economicità (profili economici e giuridici)
* i nessi che corrono tra i concetti di trasparenza e di partecipazione (profili giuridici e dinamiche interpersonali)
* i concetti di imparzialità, uguaglianza, continuità, diritto di scelta, diritto di reclamo (principi sanciti con la normativa degli anni Novanta)
* i concetti di monitoraggio, controllo, verifica, valutazione di processo, di prodotto, di sistema.

2. Ultimamente, in un suo intervento, Lei ha fatto cenno agli “stili comunicativi” differenti che un docente può adottare a livello didattico. In effetti, ogni insegnante elabora di fatto, col tempo, strategie comunicative proprie, tanto nei confronti degli alunni, quanto verso gli altri insegnanti e le famiglie. Non crede che tali strategie andrebbero esplicitate e verificate, per misurarne pregi e difetti? In che modo questo potrebbe essere fatto, senza troppo urtare la suscettibilità dei professori?

Ciascuno di noi ha una sua identità personale ed un suo stile comunicativo che si è costruiti con il tempo in ordine alle concrete relazioni interpersonali in cui ha interagito. Occorre considerare due variabili: che nulla è avvenuto per caso; e che nella maggior parte dei casi tutto si è verificato senza un sufficiente livello di consapevolezza e di partecipazione.
In altre parole, mentre al parrucchiere possiamo chiedere una certa acconciatura e non un’altra, all’estetista di intervenire sul nostro volto in un certo modo e non in un altro, possiamo intervenire sul nostro corpo per sviluppare certi muscoli o arrotondare certe forme, e non solo, acquistiamo una camicia e non un’altra, e vogliamo quelle scarpe e non quelle altre, insomma, mentre “abbiamo la netta consapevolezza” del perché e del come possiamo intervenire sul nostro fisico, “accettiamo come un dato” certi tratti della nostra personalità!
Dovremmo rovesciare questa credenza ed imparare che è possibile – perché lo è – intervenire sui tratti anche più profondi della nostra personalità. Certamente, la prima cosa da fare è quella di sapere “leggere” (conoscere, decodificare, interpretare) certi nostri modi di essere e di pensare (atteggiamenti caratteriali e mentali) sotto un profilo fortemente analitico e critico: si tratta di una operazione difficilissima, in quanto ciascuno di noi in genere è portato ad accettarsi come la migliore persona possibile! E solo in seconda istanza ci si può adoperare per apportare i correttivi del caso!
Nella società della informazione e della comunicazione (i due concetti sono diversi!) ed anche della immagine – come si suol dire, e non in senso dispregiativo – questo tipo di attenzione e questo tipo di operazioni acquistano una particolare importanza! Quando “faccio” comunicazione con le mie studentesse all’università, dico sempre loro (e glielo dimostro) che attenzioni ed operazioni di questo tipo serviranno loro in quanto diventeranno insegnanti, ma servono loro anche subito, in quanto persone che vivono ed operano in una società complessa e difficile, con una famiglia che è fatta in un certo modo, con un ragazzo che è fatto così e via dicendo!
Voglio dire, insomma, che, se la “cura” della comunicazione (della dimensione relazionale intra- ed interpersonale) è necessaria a ciascuno di noi per misurarci al meglio in questa società, diventa indispensabile per colui che è impegnato in ruoli di socializzazione! Un insegnante, ma anche una madre, come un medico, un operatore sociale ai più diversi livelli di responsabilità (dall’animatore di un campo vacanze all’impiegato ad uno sportello, al manager di un’azienda), non possono fare a meno di “costruire” certi tratti della loro persona e di dar vita a certi stili comunicativi!
Penso che, se si è fatta una buona informazione/formazione sui processi di cambiamento/innovazione in atto, di cui alla domanda 1, non è difficile creare una situazione favorevole a che i docenti comprendano – ed accettino – che è necessario mettersi in discussione. Lo dice la mia personale esperienza di lavoro con i docenti, anche in attività di simulazione e/o di giochi di ruolo!

3. La cooperazione tra i docenti è decisiva per fronteggiare la sfida dei nuovi saperi. Talvolta però cooperare é difficile, a causa della scarsa disponibilità dei docenti a comunicare tra loro in modo sostanziale. Perché, a suo parere, la comunicazione tra gli insegnanti presenta dei problemi? Come si potrebbe affrontarli?

La cooperazione tra docenti è decisiva se è vero – come è vero – che insegnare “per discipline” (a ciascuno la sua!) oggi è fallimentare! In primo luogo debbono accettare (e non è cosa facile) che la disciplina di competenza è uno strumento, un parzialissimo strumento di conoscenza, e non, come in genere ciascuno ritiene, il più nobile ed il più elevato dei saperi! Quando comprendono che il fallimento non dipende dalla svogliatezza (o dalla somaraggine o dalla demotivazione o dall’assoluto disinteresse) degli studenti, ma dalla inadeguatezza dell’offerta, allora siamo sulla strada buona! Il migliore insegnante pensa sempre che sia un venditore di perle in un mercato di porci, mentre invece vende sassi senza valore a cercatori di perle! Perché insegnanti ed alunni, offerta e domanda, si incontrino, è necessario che l’offerta si adegui alla domanda degli studenti. Ovviamente non alla domanda esplicita (la partita di calcio, la discoteca, il sesso, nel peggiore dei casi la droga, la prepotenza e via dicendo) ma alla domanda implicita (da dove origina il disagio giovanile, la mancanza di punti di riferimento, di valori, se si vuole, l’incapacità di “leggere” nel loro vissuto e nelle loro attese). Prima occorre affondare il bisturi nell’implicito del loro mondo, poi organizzare l’offerta, mescolare insieme gli strumenti/discipline e costruire “oggetti” appetibili, che inneschino una o più micce nel loro profondo… è la didattica modulare!
E’ la scuola di Barbiana, se si vuole, laddove Gianni e Pierino stavano insieme pur con tutte le loro abissali distanze, che andavano assolutamente colmate, con pazienza e con umiltà! Certamente, è difficile per un insegnante che ha faticato tanto per conseguire una laurea con tanto di lode convincersi che non è la laurea la leva con cui può sollevare il mondo della sua classe! Deve trovare altre leve, “comunicando” in primo luogo con i suoi studenti, poi con i suoi colleghi, cominciando a dar vita ad attività cooperative, laboratoriali, di ricerca/azione – come si suol dire – che si devono scoprire sul campo. Ogni situazione è diversa da un’altra. Non c’è una ricetta per tutti gli usi!
Voi parlate di scarsa disponibilità dei docenti a comunicare in modo sostanziale! Tra loro e con gli altri “significativi”: il dirigente, gli studenti, i genitori. Devono imparare a scendere dai loro scanni, con umiltà e con semplicità, come il bambino “deve” imparare a lasciare il suo seggiolone se vuole superare l’egocentrismo. E dal seggiolone o scende o… ci cade! La cosa può sembrare difficile, ma non lo è se un dirigente (un ex preside o direttore) o comunque un suo delegato è capace di animare un gruppo, dirigerlo, saperne cogliere le dinamiche, correggerle, attivarne di altre! Abbiamo molti studi in merito ed anche molte esperienze!
Avverto la vostra obiezione! Ma, se il dirigente o chi per lui non ha alcuna conoscenza/esperienza in merito? Si ricorre ad un esperto in materia! Ma lo si fa, certamente, solo se se ne avverte il bisogno!
In una società complessa, o meglio in situazioni complesse dove sempre più si lavora e si assumono decisioni in gruppo, la guida del gruppo, il coordinamento degli interventi, il saper dare, e togliere (sic!) la parola, riuscire a comprendere gli orientamenti, le linee di tendenza, di ciascuno, del gruppo, degli eventuali sottogruppi, le interazioni positive e negative (le alleanze e i conflitti) tutto ciò che è implicito, cioè le modalità con cui si interviene più che le cose che si dicono, è questione cruciale! E non è cosa da poco! Risale ad una competenza, la competenza relazionale, appunto! Che non si inventa, non si improvvisa e che non è un dono naturale, ma che si apprende con pazienza e con un opportuno trend di formazione.


4. Spesso gli studenti lamentano una scarsa capacità dei docenti di relazionarsi con loro. In che modo gli insegnanti potrebbero migliorare il loro rapporto con la classe?

Come possono gli insegnanti migliorare il loro rapporto con la classe? Certamente non insistendo sulla importanza dello studio, della disciplina, della scuola, del senso del dovere, e amenità di questo genere. Sono “cose” che si fanno e non si dicono! La bontà del rapporto è direttamente proporzionale alla bontà dell’offerta! L’offerta deve sollecitare la curiosità, l’interesse, la partecipazione, la divergenza, l’inventiva, la creatività – se si vuole – degli studenti! E’ certo che non c’è nulla di più demotivante che spiegare la prima guerra di indipendenza e assegnarne lo studio da pagina tot a pagina tot! Il prof sa tutto lui, conosce il programma, conosce i contenuti, ha saggiamente diviso il numero delle pagine del libro di testo per le ore di lezione! Ciò si poteva anche fare quando la scuola era una caserma, il prof il caporale, gli alunni tanti soldatini obbedienti… altrimenti! Ed era anche facile insegnare (insegnare?)!
Oggi i soldatini sono diventati soggetti attivi e pensanti, esigono partecipazione e responsabilità! Lavorare insieme, questo è un grande segreto, ma lavorare perché cosa?, Per quali obiettivi? La chiave è nel “contratto formativo”, nel patto implicito che si sottoscrive all’inizio dell’opera, quando il prof si assume il compito di essere un direttore dei lavori, o meglio un capocantiere, in cui tutti lavorano insieme per produrre cose nuove, cose che prima non c’erano e che erano “ignote” anche allo stesso prof. o meglio agli stessi prof, insieme!
Il rapporto con la classe no va migliorato! va creato! E sarà sempre diverso, perché diversi sono i soggetti che “sottoscrivono” il patto. Allora, bisogna in primo luogo domandarsi: perché la prima guerra di indipendenza? perché il teorema di Pitagora? perché l’origine dei terremoti? perché i logaritmi? Sono “cose” necessarie per? E, se lo sono, corrono delle relazioni tra eventi di così diversa natura? Maragliano sostiene la tesi provocatoria di una scuola in-disciplinata… di fatto, è la strada della ricerca dei nuclei fondanti dei diversi saperi (gli ambiti disciplinari, le aree pluridisciplinari, la pluridisciplinarità, la modularità). E’ un ambito di ricerca in cui non solo i 40 saggi hanno lavorato ma anche gli stessi docenti sono coinvolti! E si scoprirà che la prima guerra di indipendenza può costituire un frammento di un lavoro di ricerca/produzione di un ipertesto sulla natura e l’origine di determinati conflitti con tutti i paralleli del caso… la butto lì… da dove ha origine il sacrificio di un Goffredo Mameli e quello di un kamikaze palestinese? Sono paralleli troppo arditi per un prof confinato nelle pagine del suo libro di testo, ma non lo sono rispetto alla percezione di un giovane d’oggi, che non canta l’inno perché non ne capisce le parole (ed è più che giustificato che sia così!) e che non sa darsi ragione del bacio di commiato del kamikaze alla madre che è fiera del figlio!
Se non si lavora con le reali mappe cognitive dei nostri giovani (o dei nostri bambini) è molto difficile provocarle, anzi si rischia di tentare di comprimerle con mappe prefabbricate da noi (dai libri di testo, dai programmi prescrittivi e così via!). Ma i nostri non ne vogliono sapere di… saperi precodificati!
Il rapporto con la classe si costruisce quando si costruisce una o più ipotesi di lavoro che siano credibili e gratificanti per i nostri alunni! Antonio sa tutto della musica pop, Laura sa tutto del fitness, Giuseppe tutto dei mondiali, Giulietta tutto delle veline e via dicendo! E nessuno glielo ha insegnato! Certamente c’è anche l’appassionato di monete e quello di musica classica! Ed anche la rara avis dell’appassionato del latino! E dietro ogni Giulietta ed ogni altra passione ci sono sempre mille invisibili stimoli!
Ecco un’altra chiave! Rendere visibili questi stimoli, per comprenderli, studiarli, controllarli, lanciarne di altri! Molto molto prima di una lezione – anche la più brillante, anche la più avvincente – sulla prima guerra di indipendenza!

5. Che cosa significa curare l’aspetto relazionale, nel contesto dell’azione educativa e didattica? In altri termini, quali possono essere a suo giudizio gli indicatori di una comunicazione efficace?

I possibili indicatori di una comunicazione efficace! C’è materia per un intero corso universitario! Questo, comunque, è importante: che cose di questo genere vanno studiate, e bene, esercitate, perché si tratta di acquisire competenze professionali del tutto nuove, che un insegnante non ha acquisito nel suo normale corso di studi!
Un insegnante – anche se non lo sa – svolge sempre due ruoli con gli alunni: il ruolo dell’esperto della informazione (padroneggia i contenuti su cui deve far lavorare gli alunni, li organizza, li articola, ecc.) e il ruolo dell’esperto della formazione (stimola gli apprendimenti, li verifica, li sostiene, favorisce l’acquisizione delle competenze e delle capacità degli alunni, favorisce la socializzazione e l’acquisizione di valori, ecc.). Come si suol dire, deve saper lavorare con la mano destra (correttezza delle informazioni) e con la mano sinistra (produttività della formazione).
A volte dovrà puntare sugli obiettivi (il modello funzionale dell’animazione), a volte sui soggetti dell’apprendimento (il modello espressivo), a volte sui processi che attiva, sostiene, controlla (il modello interattivo). E già sono tre stili diversi di conduzione del gruppo: il direttivo/autoritario, quello che possiamo definire empatico, il partecipativo/democratico.
In ogni caso, dovrà sempre avere sotto controllo le sue personali funzioni linguistiche (i modelli di Jakobson, di Halliday) ed essere padrone degli “atti linguistici”, se è vero, come è vero, che la parola è soprattutto azione, e ciò ha una peso ed una valenza formidabili nel campo dell’educazione!
Variabili non ininfluenti sulla vita e produttività del gruppo sono la gestione/controllo dello spazio e dei tempi (la prossemica e la cronemica) e la gestione controllo delle distanze interpersonali a cui si lega tutta la tematica della postura, del movimento, della mimica e della gestualità. Non ultimo il problema del controllo della voce (timbro, tono, volume, ritmo, pausazione, ecc.) in funzione di ciò che effettivamente si vuole comunicare al di là di ciò che si dice (ogni informazione comporta due livelli, quello del contenuto e quello della relazione). Insomma vi è un’ampia materia di studio su di sé e di modifica dei propri atteggiamenti e comportamenti.
Tutto ciò implica la rottura dello schema tradizionale lezione-studio-esercitazione-interrogazione-voto, in funzione di più schemi e più modelli che – si badi bene – non contraddicono ciò che ereditiamo dalla scuola del passato, ma lo integrano, lo arricchiscono. Sono solito dire che non sono contro la lezione cattedratica, a condizione, però, che si insegni a tenerla anche agli studenti. “Parlare in pubblico” implica una serie di competenze comunicative non indifferenti!
Ho indicato, anche se parzialmente e succintamtente, tanto materiale di riflessione. E gli indicatori possono essere estrapolati dai nostri lettori! Provateci! Riponderò alla provocazione!

Roma, giugno 2002
Maurizio Tiriticco