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     LA RELAZIONE INSEGNANTE-STUDENTE

La seduzione narcisistica nell'insegnamento
Alcuni professori, pi¨ o meno inconsapevolmente, giocano con i propri alunni un gioco assai rischioso: quello della seduzione. Che Ŕ esattamente l'opposto di ci˛ che un educatore responsabile dovrebbe fare.
di Piera Bruno

per gentile concessione dell'autrice e del sito www.logoterapiaapplicata.it

Fenomenologia del seduttore
Non parliamo qui di quella specifica seduzione d’amore che si attiva nel classico Don Giovanni o nella Seduttrice, ma di quella più sottile ed ambigua che si può instaurare tra docente e discente e che è una forma di manipolazione e di acquisizione e di consenso per chi la esercita, mentre è confusione mentale e disagio per chi è fatto bersaglio dalla seduzione narcisistica. Come si manifesta, intanto, con quali connotati fenomenici?

Lo sguardo
Gli sguardi profondi, intensi che dicono ma smentiscono contemporaneamente. Dicono "Voglio attirarti a me", ma aggiungono "Non ti aspettare niente". Sono sguardi che richiedono complicitÓ e sono un tacito invito a comportarsi di conseguenza, secondo un codice che copra le eventuali colpe o le mancanze nel ruolo o nella funzione.
Occhi che chiedono di conquistare e di essere conquistati da un non verbale silenzioso adeguamento alla forza deduttiva. "Forza, ti incoraggio e ti fermo", "Io sono quello da cui ti aspetti alcune cose: posso dartele e posso non dartele. Dipende da come ti comporti e dal mio arbitrio".
Questa dipendenza da uno sguardo che rende non soggetti di un diritto o di un esercizio di responsabilitÓ (rispondere ad un solo messaggio), ci fa sentire poveri, nudi e alla totale mercÚ dell'altro, il cui sguardo ribadisce in tutti i modi "Io posso", cosa pu˛? "Negarti, renderti invisibile con tutte le tue istanze, scaraventarti fuori da un luogo in cui avevi ricevuto promesse di certezze".

Il gesto
Poi i gesti e la voce che accompagnano lo sguardo. I gesti sono teatrali: il seduttore narcisista non riveste mai alcun ruolo con intima adesione e con il senso di responsabilità dell’altro. L’unica vera preoccupazione della propria vita è essere guardato/a attraverso uno specchio in cui si riflette un’immagine e guai se lo specchio si rompe. L’altro potrebbe raggiungere l’io del seduttore, snidarlo e chiedergli conto delle sue figure teatrali e del suo vero ruolo. Sarebbe la morte del seduttore, la fine del sedurre e l’inizio traumatico di una relazione vera che il seduttore non può reggere (e non vuole reggere). Cercheremo di capire il perché più avanti, benché in questa sede ci interessi più il travaglio autentico di chi incappa nelle maglie del seduttore.

La voce
Ogni parola sta un rigo sopra o un rigo sotto della comunicazione. Il fine è l’affascinare e il mezzo è la retorica abbondante e messa al punto giusto nelle anse della voce che dice come messaggio trasversale “Io so cose che non ti dirò. Io ti sfuggo, sono altrove e non saprai mai dove sono”. Se è un genitore ad essere seduttivo nei confronti del bambino, senza che ciò significhi necessariamente che il bambino venga disturbato sessualmente, il messaggio che arriva al bambino è “Tu non potrai mai raggiungermi. Io sono irraggiungibile per te e resterò un mistero”. È un messaggio che genera un conflitto emotivo e concettuale, perché emotivamente viene da chi dovrebbe per funzione e per ruolo dire “Conta sempre su di me”; ma concettualmente parlando il messaggio è veramente distorto perché dice “Ah, se tu fossi come desideravo, io non mi allontanerei” e si interrompe qui, non c’è altro. Guai a chiedere “Ma che vuoi? Come dovrei essere?”. Risposta “Lo devi sapere da te”.

Il rifiuto di mettersi in gioco
Il seduttore narcisista (valga, per favore, al maschile ed al femminile) non mette in gioco il corpo, anzi, teme di essere toccato. Si nega allo sguardo nel profondo degli occhi e si sottrae all’abbraccio che, in genere, rompe la maschera e porta allo scoperto i sentimenti. Guai a scomporgli un capello, guai se si infrange il quadro estetico con la pipì o la cacca del bambino, guai se il pianto giunge a sproposito. Si spezza l’incanto e il narciso fugge: la recita del ruolo si interrompe. La maschera on sopporta l’urgenza della vita.
Perché non entra in gioco il narcisista seduttore? Perché ha paura dei cambiamenti, ha paura di cambiare e di trasformarsi entrando in relazione con chi gli chiede di essere adulto per consentirgli di crescere. Ha paura del tempo che passa e delle stagioni della vita, quindi teme il momento in cui non sarà più al centro dell’attenzione di nessuno e assaggerà il limite umano della vecchiaia. Teme di vivere per paura d’invecchiare. Questo è il vero messaggio non detto “Tu non mi avrai perché sei tu che mi invecchi”.

Gioco, rito e mito
Eppure si può tranquillamente affermare che egli o ella (passatemelo!) è perennemente in gioco.
Quanti tipi di giochi esistono? Uno, più d’uno! O c’è un gioco serio che si struttura sul rito e altri giochi che si strutturano sul mito e giocano sul rito? Avanziamo delle ipotesi che ci porteranno nel cuore del tema. Dando per rito il gioco della quotidianità che scandisce i tempi della vita stabilendo un passato, un presente, un futuro, un lontano domani, noi possiamo constatare che nel rito della quotidianità si gioca l’esistenza umana come trasmissione storica di testimonianze e valori, con ruoli e funzioni che sono naturali e storici. È un gioco difficile, perché fuori dal rito gioca l’eterno mito della giovinezza faustiana e delle emozioni sensazionali che rendono la vita avventurosa e imprevedibile.
Ciò non vuol dire che la vita quotidiana vissuta nella scansione temporale sia prevedibile, esposta com’è all’irrompere nel quotidiano della fine e della morte, che sono i luoghi metafisici su cui il gioco si tende. Però vuol dire che il mito, l’affabularsi, il mescolare l’avventura e il rito con il mito di Odisseo che torna ad Itaca dove l’aspetta ancora la fedeltà di una promessa che riguarda non l’attimo fuggente, ma l’intera vita, non sia stato e non sia il mito dell’oltre e del vivere l’eterno ritorno dell’uguale.

Il doppio messaggio
Il narciso seduttore lancia dunque un doppio messaggio “Solo se verrai con me e mi aspetterai nel rito, tu mi conoscerai”. Il gioco del narcisista è questo: gioca il mito sul rito, sta nel rito e vive nel mito, sogna il mito e banalizza il rito come privo di fantasia, ripetitivo e sterile. Intanto i figli gli crescono davanti e vanno e la vita con il suo dono quotidiano di attimi gli passa come un lampo nelle mani non assaporata. Il seduttore non vive “dentro”, vive “fuori”, è a sua volta un sedotto da una voce lontana e remota che lo chiama al nulla come luogo di perenne creazione di sé. Finge quando afferma che l’amore lo guarirebbe.
A chi lo ama dice “Tienimi, altrimenti vado, però lasciami perché devo andare, se mi tieni o mi lasci non ti amo”. Se il figlio, salvato da sguardi sani che gli hanno dato il senso della realtà, arriva per grazia non sdoppiato all’adolescenza, guarda al genitore narcisista con una domanda sana in mente “Tu chi caspita sei?”. E cerca altrove le risposte sull’esistenza che l’intangibile totem, innamorato di sé, gli ha interdetto.

Il seduttore a scuola

Ma la scuola, dove il ragazzo passa 13 anni della sua vita in un rapporto quotidiano, può (anzi spesso è) essere luogo di riproposizione di personalità adulte disturbate anche dal narcisismo seduttivo. Come e perché, se l’insegnante non vive l’alunno nelle stagioni della sua vita? Quale minaccia arriva al professore che inscena la sua maschera da seduttore? La minaccia esistenziale alle proprie certezze acquisite. Paradossalmente il gioco del professore che seduce è lo stesso rovesciato del genitore seduttivo. Cioè il professore gioca sul rito col mito presentandosi come inattingibile sul piano umano, trasmettitore neutro di informazioni che lo riguardano solo in parte. È come se recitasse la parte di chi dice “Voi siete nella scuola, io ci passo soltanto e vi presto un’ora del mio tempo. La mia vita è altrove”.

Strategie del professore narcisista

Il seduttore narcisista attira l’attenzione degli alunni non sugli strumenti con cui apprendere, né sulla profondità umana della propria disciplina o della vastità del sapere della transdisciplinarità, ma sul proprio vissuto come un vissuto misterioso e grande. Si propone come modello senza fornire strumenti culturali di decodifica di ciò che assume come punto di vista. Occulta la sorgente culturale della propria formazione e lascia nell’ambiguo la sua presa di posizione di fronte al mondo. Il professore che ha personalità narcisista è un soggetto che compete con l’allievo e non tollera che l’alunno progredisca e migliori la sua preparazione, soprattutto non tollera che l’alunno ponga domande essenziali sulla vita, sui ruoli, sulle reciproche differenze, sulle attese, sulla funzione docente. Anzi, accade che il seduttore professore si sottragga al proprio ruolo di educatore per giovanilismo e tenda a presentarsi alla classe come l’enfant terrible che non educa, ma spinge gli alunni a cogliere l’attimo fuggente della vita, come unica occasione di possibile vitalità. Ostenta un disprezzo nient’affatto nascosto per le strutture operative, per l’organizzazione del lavoro, per la metodologia, per le forme di collaborazione con i colleghi. Intende la libertà d’insegnamento non come libertà di pensiero e di opzione culturale esistenziale, ma come libertà dalla responsabilità di quel che trasmette, di come trasmette, di quale modello propone. Di fatto pone a modello se stesso nemmeno sul piano valoriale, ma esclusivamente sul piano estetizzante. Anche il livello d’informazione che possiede non ha valenza culturale, ma è una delle piume da pavone con cui si presenta. Di fatto il messaggio che trasmette col corpo è “Fate come me, al di sopra e fuori dalle istituzione che sono noiose e restrittive della libertà personale”.

Seduzione e libertà negativa
E siamo ancora al concetto di libertà negativa, la libertà “da”, come fuga, come eterno gioco “del dentro” e “del fuori”, come fascino dell’inafferrabile uomo mascherato. Si tratta di divismo in cui si recita la parte dell’uomo o della donna vissuta che non trasmette né regole né valori perché è giunto al disincanto intellettuale e quindi al cinismo. Il seduttore non si propone nel ruolo di professore cioè di un esperto che fornisce strumenti di lettura e di decodifica di testi, ipotesi strutturali, di teorie, quindi di chi educa l’intelletto ad un’etica di onestà intellettuale e di metodo corretto secondo statuti epistemologici di apprendimento. Né si propone come interlocutore capace di ascolto e di dialogo sui problemi della crescita dei ragazzi e su un orientamento valoriale esplicito a cui i ragazzi riconoscano l’autorevolezza di una corretta impostazione dei termini educativi, che siano aperti alla problematicità e alla rimessi in discussione delle metodologie usate. Il seduttore narcisista non fa né l’intellettuale né il maestro: egli interpreta sempre e solo se stesso nella dogmatica del sé a cui attribuisce valore di testo. Il ragazzo sedotto non apprende: è semplicemente condotto fuori della propria capacità critica nei confronti dell’adulto seduttore, a cui ispira il proprio comportamento, in modo succubo e plagiato.

Educazione ed autodistanziamento
Chi educa intellettualmente e moralmente non presenta sé come modello, ma discute e si fa mettere in discussione, esigendo rispetto e portando rispetto per l’altrui strada percorsa e da percorrere. Il professore che è capace di aiutare davvero la crescita dei ragazzi non seduce, perché è capace di autodistanziamento e di autotrascendenza che poi sarebbero quel che chiamiamo autorevolezza, che non è autorità e non è complicità. L’autodistanziamento consente a chi è in posizione tale da “far lezione” ad altri, di prendere le distanze da sé e rendersi conto che il testo o l’argomento che propone non è suo, benché lo sia diventato in parte ma appartiene all’intera umanità e quindi anche a chi gli sta di fronte nella posizione di chi apprende, in quanto gli tocca di diritto conoscere la storia umana e anche la sua.
Questo atteggiamento intellettuale scaturisce da un atteggiamento autodistanziante a cui ci si educa, che consiste nell’umiltà di fronte al testo o ai testi largamente intesi, il che significa che non si può insegnare se non si permane nella attitudine mentale di apprendere. Ma non ultimo come importanza, l’autodistanziamento richiede un atteggiamento psicologico adulto che consiste nel ritenersi responsabile del ruolo da svolgere, ma parte integrante di un’umanità a cui appartiene anche chi è in posizione di crescita, del cui destino umano non si è responsabili, ma verso cui si ha la responsabilità limitata al ruolo e alla funzione.

L’antitesi del narcisismo seduttivo è il carisma
In buona sostanza l’autodistanziamento è il decentramento da sé della attenzione e l’amore per quello che si insegna, oltre l’accettazione non supina del percorso problematico e certo non facile dell’umanità che vive, sbaglia, corregge e si interroga a cui appartengono professore e alunno, genitore e figlio, che non sono ruoli psicologici, ma funzioni da assolvere. Il professore capace di autodistanziamento è in grado di progettare il proprio intervento sulla classe e di modulare il proprio atteggiamento nei confronti del ragazzo, non in un processo di manipolazione, ma nella direzione del senso vero del rapporto adulto – adolescente, che è quello fondato sul rispetto reciproco che è un limite invalicabile.
L’adolescente deve sentire che ha diritto al rispetto e che deve rispetto all’adulto come persona, così come ha diritto a discutere tutto, con un metodo che sia flessibile nei confronti delle altrui posizioni. Non può autodistanziarsi chi non è padrone di ciò che insegna, o delle scelte della propria vita, o chi non è consapevole dell’impegno di fronte al mondo che richiede un ruolo educativo. Chi fa il gioco del “sono dentro e sono fuori” lancia un messaggio nihilista senza decodifica e quindi capace di plagio.
Il professore che si autodistanzia si stima e stima il lavoro che fa, senza alcuna esaltazione egotica. Possiede quello che va sotto il nome di carisma, che è l’antitesi del narcisismo seduttivo. L’autodistanziamento è una tecnica autoeducativa, metodo di dialogo, presupposto di incontro, a cui giunge, ovviamente se si pone il problema e se vuole, il soggetto particolarmente capace di autotrascendenza.

L’autotrascendenza

L’autotrascendenza è quell’atteggiamento morale consapevole e, dunque, concettualizzabile secondo il quale non mi sento realizzato nell’affermazione dell’io, ma nella relazione con il tu. Dunque, se considero la relazione il fondamento dell’essere fin da principio e considero l’io il “dentro” di una relazione da sempre e per sempre, nel senso che l’io – è – in relazione sempre. A chi percepisce il mondo nell’autotrascendenza e quindi nella realizzazione della relazione che è la rete tra l’io e il tu, non appare che un bluff il gioco “del dentro e del fuori” e anche la netta distinzione del rito e del mito, perché la relazione raggiunta nella pienezza dell’io e del tu richiede la rimessa in gioco del rito ed è un equilibrio incantevole che sfiora la suggestione del mito. Non c’è mito senza storia, e se si vuole evitare il rischio dell’esoterismo e dei riti orfici o del rituale cronologico, l’autotrascendenza che affida il primato alla relazione, non all’affermazione dell’io, è l’incanto del sempre nuovo.
Non c’è infatti un io immobile totemico né un tu nemico e non –io. C’è la relazione come incontro giorno dopo giorno nel divenire reciproco. C’è il qui e ora. Nell’atteggiamento autotrascendente i termini del discorso sono “Io sono io e tu sei tu” mentre nella relazione seduttrice narcisistica i termini sono “Io sono io e tu non sarai mai bello come me”. La relazione è inficiata da un io che non è adulto e che si affida alla immagine propria come strumento di autorità e come modello di vita unico possibile.
Per concludere la maturità è consapevolezza, senso del limite, autodistanziamento, in vista della relazione, cioè dell’autotrascendenza.

Bibliografia:
V. Franke “Analisi esistenziale e logoterapia” ed. Marcelliana.
A. Carotenuto “Riti e miti della seduzione” ed. Bompiani.
R. Caillois “I giochi e gli uomini” ed. Tascabili Bompiani.
S. Freud “Totem e tabù” ed. Boringhieri.

 
 
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