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     LA PROGRAMMAZIONE
Complimenti per il programmma!
di Alberto Cataneo

Programmazione vs programma
“La programmazione non è il programma!”: quante volte è risuonato questo severo monito nei confronti di quegli insegnanti che si ostinano a riproporre, annualmente, un banale “programma” in luogo di una moderna, efficiente ed efficace “programmazione”! ma qual è poi la differenza? Detto in parole povere, il “programma” si riduce ad una mera elencazione di contenuti, poco più che la trascrizione dell’indice del libro di testo, talvolta accompagnata da vaghe indicazioni temporali (a dicembre Leopardi…ad aprile Pirandello…); la programmazione consisterebbe invece nell’accurata descrizione del come, oltre che del cosa, in più indicherebbe le competenze e capacità che si intendono far raggiungere agli alunni, ed infine le modalità di verifica e di valutazione…insomma, una faccenda ben più complessa, circondata da un’aura seriosa di scientificità.

Dimmi come programmi, e ti dirò chi sei
Fatto sta che ogni anno i professori sono chiamati a “presentare la programmazione”, beninteso dopo averla “discussa” nelle sedi opportune (dipartimenti, aree, consigli di classe), rendendola, in alcuni lodevoli casi, perfino “collegiale”.
A sfogliare i risultati, si trova di tutto: accanto ad avveniristiche programmazioni che farebbero la gioia dei pedagogisti più avanzati, persistono i tradizionalissimi “programmi”, con la loro asciutta elencazione di contenuti; accanto a raffinatissimi, barocchi piani di lavoro cesellati con l’ultima versione di Word (e naturalmente corredati di floppy disk), se ne trovano di scritti a penna, nei quali è facile riconoscere, pur senza essere grafologi, il tratto impaziente di chi ha cercato di sbrigare rapidamente una formalità.
Insomma, l’aspetto grafico e tipografico delle programmazioni, vera e propria fonte involontaria, potrebbe raccontare parecchie cose sull’identità di una scuola, sul clima che vi si respira, sui rapporti tra gli insegnanti.

Avvistamenti di programmazioni al largo di Terranova!
Ciò è tanto più notevole, dal momento che le programmazioni, una volta consegnate, a mo’ di capodogli si inabissano, per poi riaffiorare come “programmi svolti” alla fine dell’anno. Nel frattempo, chi mai le avrà lette? Nessun professore di italiano viene mai colto a meditare sulla programmazione del collega di matematica, o viceversa. Del resto, si tratta di letture ben poco coinvolgenti, la cui arida prosa non invoglia, infarcita com’è da locuzioni di scienza dell’educazione (tipo “acquisizione di un corretto metodo di studio”) che suonano solenni e un po’ vacue, certo ben distanti dalla vita scolastica quotidiana, indubbiamente più divertente.

Il target non è chiaro
Il punto è: ma a chi sono destinate le programmazioni? E’ assodato che i professori non leggono quelle dei colleghi, e neppure si può supporre -sarebbe d’altronde ben strano- che vadano rileggendo le proprie. Dunque, non possono essere loro i destinatari. C’è una teoria, di stampo teologico, che ritiene il Dirigente scolastico il vero destinatario. Secondo tale teoria, costui si dedicherebbe all’esame puntiglioso di tutte le programmazioni. E chissà, in qualche scuola ciò avviene davvero. Il problema è però: per quali oscuri motivi il Dirigente si prenderebbe la briga di fare ciò? Perché mai si infliggerebbe, da sé medesimo, una simile tortura? E’ forse il Dirigente una sorta di Grande Fratello, che per scopi misteriosi ed inquietanti si sente in obbligo di osservare tutte le mosse dei professori del suo istituto?

Qualunque cosa programmate, potrebbe essere usata contro di voi
Altre teorie, di certo più serie, ritengono invece che le programmazioni debbano andare in mano all’utenza (ossia a genitori e studenti), affinché il lavoro del professore sia condiviso, meglio seguito, al limite partecipato. Sui siti di alcuni istituti, le programmazioni sono infatti tranquillamente consultabili. Questo approccio, che potremmo definire “della trasparenza”’, è però osteggiato da quanti temono che, una volta consegnata in mano alla “controparte”, la programmazione possa trasformarsi in un’arma a doppio taglio: e se fossi chiamato a rendere conto di ciò che ho fatto e di ciò che non ho fatto? Perché esporsi alle critiche?

Formulare il prefisso
Ma alla fine, cos’è la programmazione? Una dichiarazione d’intenti? Una specie di promemoria per l’insegnante? Un contratto con l’utenza? Un rapporto per il capo? I pedagogisti da decenni ci ammoniscono sulla necessità di introdurre nella scuola una “cultura della pro-grammazione”, di trasformare l’insegnante in un “pro-gettista”…il prefisso “pro” ricorre dovunque, come l’ingrediente di una formula magica che risolve ogni problema. Può essere utile partire da qui, dal prefisso “pro”, per comprendere meglio il vero rapporto degli insegnanti con quest’aspetto del loro lavoro.

Come si pronunzia il futuro?
Pro-nosticare, pro-fetizzare…la programmazione ha che fare con il futuro. Al docente si chiede di prevedere ciò che farà, i modi in cui lo farà, e in che modo la realtà sarà cambiata dal suo fare; di raccontare forme, contenuti ed esiti di un processo di sviluppo. E gli si chiede di descrivere tutto in anticipo, di disegnare il futuro. Le parole, le forme oggi disponibili per fare ciò oscillano tra la retorica e la scienza: in ogni caso, non sono quelle giuste per dire la tensione tra il presente e il futuro, nella quale effettivamente si svolge il lavoro dell’insegnante. Una tensione che è anche uno scarto, dove si inserisce l’incertezza, la possibilità che qualcosa o qualcuno (lo stesso insegnante?) nel frattempo cambi imprevedibilmente. La programmazione, per essere autentica, non dovrebbe programmare il prevedibile, ma (anche) l’imprevedibile; non dovrebbe schematizzare il dover essere, ma lasciar emergere liberamente il poter essere; non dovrebbe presentarsi come un testo “chiuso”, ma come un’opera aperta, come strumento in rete, come qualcosa che viene costruito collettivamente nel tempo, e che configura e riconfigura scenari relazionali.
L’appiattimento e l’irrigidimento su previsione, dover essere, compiutezza esaustiva, forse può spiegare il fatto che la programmazione, di cui non si vuole certamente negare la necessità, corre il rischio di ridursi ad esercizio accademico, di partorire libri dei sogni o scontate rassegne di “saperi essenziali”, di descrivere profili di alunni ideali pieni di “competenze e capacità”, che nella realtà mai ci augureremmo di incontrare. Forse è uno dei motivi per cui tanti insegnanti provano disagio rispetto al programmare, tardano il più possibile la consegna, copiano la programmazione dell’anno precedente…
In conclusione: tanto di cappello al lavoro di programmazione, che ci tutela rispetto all’improvvisazione didattica. Ma proprio per questo motivo, proprio perché fare programmazione sul serio ci sta a cuore, dovremmo cercare (noi insegnanti, e non solo) un modo nuovo di concepirla, un linguaggio non cristallizzato per esprimerla.

 
 
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