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    ESSERE INSEGNANTI
- La percezione del proprio lavoro
  di Nicoletta Frontani

La letteratura, il cinema, la fiction hanno abbondantemente attinto alle esperienze dei docenti contribuendo a creare stereotipi e tipologie che hanno inciso non poco sull’opinione comune, semplificando ciò che non può essere semplificato.
Il lavoro dell’insegnante presuppone competenze diverse, richiede la capacità di relazionarsi a diversi soggetti insomma esige una notevole flessibilità e disponibilità. Eppure la scuola è una struttura gerarchizzata con ruoli definiti, tempi scanditi in modo rigido, scadenze fisse. A dimostrazione di ciò basti pensare che il tempo scolastico è percepito come alternativo a quello comune, si sovrappone addirittura ad esso. Una frase del tipo “Alla fine dell’anno andrò in vacanza” significa per una persona comune “Farò una vacanza a capodanno” per l’insegnante vuol dire “Finalmente a luglio mi riposerò”.
La rigidità della struttura, in contrasto con la flessibilità che tale professione richiede, è percepita con fastidio, qualche volta con imbarazzo o addirittura con ansia, gli insegnanti, per lo più, rifiutano questa dimensione “burocratica” che assimila il loro lavoro a quello impiegatizio e, nello stesso tempo, sono molto diffidenti quando sentono parlare di “produttività” e di “managerialità”.
In sostanza la scuola, in cui convivono spinte spesso divergenti, è un luogo diverso sia dal ministero che dall’azienda, ma questo forse sono solamente gli insegnanti a pensarlo.
Inoltre sulla scuola si concentrano le aspettative di un’intera società che quasi mai conosce e quindi riconosce, la complessità professionale dei docenti, anzi tende a denigrarli, considerandoli responsabili primari dell’abbassamento del livello culturale del paese e del ritardo rispetto alle trasformazioni storiche e sociali. Tutte le volte che succede un grave fatto di cronaca i mezzi di informazione si interrogano sulle colpe della scuola.
Gli insegnanti ogni volta si sentono sul banco degli imputati.
Alcuni genitori scaricano sui docenti l’intera responsabilità dell’insuccesso scolastico dei propri figli. Qualche volta è avvenuto che drammatiche storie di disagi adolescenziali fossero semplicisticamente riconducibili al voto insufficiente di un compito, all’ansia per l’interrogazione, alla “severità” dell’insegnante.Come è possibile che un insegnante non si senta in qualche modo sottilmente colpevole?
La complessità del nostro tempo, le dinamiche adolescenziali e quelle comunicative, la sempre maggiore attenzione a quello che la scuola non fa, rende ogni certezza incerta, provvisorio ogni sperimentato metodo didattico.
Gli insegnanti provano spesso un profondo senso di solitudine, si sentono costantemente inadeguati e, pur senza ammetterlo, temono il fallimento.

 
 
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