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    ESSERE INSEGNANTI
- Il mio primo giorno di scuola (da professoressa)
  di Nicoletta Frontani
  La lezione che nessun docente potrò mai dimenticare

La Professoressa ? La mia risposta fu un sì sospeso.
E’ il Liceo Classico di **, è disponibile per una supplenza di Latino e Greco per tre giorni? Il mio fu un sì atterrito.
Si presenti immediatamente! Signorsì!
Quella voce inconsapevole ed anonima cambiava la mia vita. Molte volte avevo sognato di ricevere quella telefonata, avevo immaginato la mia prima esperienza di insegnante, avevo preparato il discorso che avrei tenuto alla classe, le cose che avrei detto.
Ora non riuscivo più a pensare, il cervello era completamente paralizzato. Si muoveva solo il corpo che freneticamente si preparava al grande evento.
Mi arrivavano ovattate le raccomandazioni dei miei genitori, vedevo le immancabili lacrime di commozione di mio padre, sentivo per l’ennesima volta l’aneddoto relativo alla mia amata insegnante di lettere delle medie che, con sicurezza enfatica, aveva vaticinato il suo futuro è dietro una cattedra.
Era così, solo che il futuro era diventato un angosciante presente che in quel momento non volevo vivere. Avrei preferito fare dieci esami all’Università, togliermi un dente senza anestesia, vedere per 12 ore di seguito El topo, tutto ma non quello. Il mio senso del dovere e solo quello mi spinse a proseguire nella vestizione. Non ricordo cosa indossai, il problema era di avere un aspetto borghese, come quello delle mie insegnanti che io detestavo ma che in quel momento mi sembrò molto rassicurante.
Non ero in grado di guidare, mi feci accompagnare dal fidanzato, immediatamente mobilitato. Mi sembrava veramente troppo accettare l’offerta di mio padre e presentarmi come una scolaretta sulla 850 azzurra!
Come dio volle mi vestii e mi precipitai per le scale, mi rincorrevano gli in boocca al lupooo! I forza e coraggioooo! dei miei genitori.
Durante il tragitto fumai in continuazione cercando di organizzare un discorso minimo di presentazione, non ricordavo nulla, non sapevo nulla, anni di studio buttati al vento.
Facevo dei calcoli sommari sui probabili autori che avrei dovuto trattare in letteratura in relazione al calendario scolastico. Dove saranno arrivati? Forse i tragici in seconda liceo. Eschilo, Sofocle,Euripide erravano nella mia mente come semplici suoni, privi di qualsiasi consistenza, erravano come fantasmi: chi erano? Cosa avevano scritto? Nulla.
Continuando a farmi del male toccai il vertice dell’autoflagellazione quando mi feci venire in mente che avrei dovuto affrontare la questione della metrica in Plauto e avrei dovuto leggere perfettamente in metrica e all’impronta un intero brano lirico di una commedia. Volumi e volumi scritti sulla metrica di Plauto che quei mostruosi alunni avevano studiato e praticato. Mi avrebbero messo alla prova, mi avrebbero corretto riferendo poi all’insegnante titolare che la supplente era una vera incompetente. Mi avrebbero fatto delle domande cattive, trabocchetto per mettermi in difficoltà, si sarebbero approfittati della mia visibile inesperienza, avrebbero fatto chiasso facendomi rimproverare dal Preside. Il Preside! L’idea di affrontarlo mi agghiacciò. Già lo vedevo grigio e scostante che, dall’alto del suo seggio con i braccioli a forma di zampa di felino, valutava la mia competenza, con gli occhiali e i capelli grigi, residuo dell’autoritarismo presessantottino.
Intanto la macchina saliva verso i castelli, ancora pochi chilometri…metri…ecco il Liceo! Respiro profondo e coraggio. Con passo sicuro, minuziosamente studiato, mi avvicinai all’ingresso, mi presentai “Vada dal Preside, primo piano”
In una luminosa sala professori incontrai un collega dall’aspetto simpatico e per niente ortodosso, gli chiesi del Preside, rispose “Sono io”. Non finivo di guardare le sue basette lunghe e molto pronunciate, il suo abbigliamento giovanile, mentre mi parlava del tipo di supplenza e della necessita di avere polso con ragazzi grandi. Evidentemente si preoccupava per la mia giovane età, comunque fu rassicurante ed accogliente. Mi mandò subito in classe, un secondo liceo.
Scesi delle scale, la luce diminuiva o per lo meno a me sembrava così. Un androne circolare con tante porte chiuse. Ancora chiuse, fortunatamente.
Furono attimi infiniti, non avevo più paura, prevaleva il senso di sfida con me stessa, era arrivato il momento di mettermi alla prova. Non ricordavo ancora nulla, non sapevo più niente se non il fatto che stavo vivendo una esperienza fondamentale.
Tutto quello che avevo studiato non mi dava alcuna sicurezza, non mi poteva servire. In quegli attimi ebbi la sensazione di essere solo me stessa e questo mi sembrò una novità.
Non volevo più fuggire, mi appoggiai al termosifone ed aspettai, senza pensare. La campanella suonò, le porte si aprirono, una dopo l’altra sotto la spinta vociante dei ragazzi. Uscì una collega che mi chiese “Sei la supplente? Piacere.” Subito un alunno si precipitò in classe urlando: “A regà c’è la supplente!” Seguì un boato di gioia ed un chiasso infernale.
Erano tutti lì che si affacciavano per vedermi mentre salutavo l’insegnante. Mi avvicinai alla porta, feci entrare prima i ritardatari, poi entrai io. Salutai, mi diressi verso la cattedra dove posai le mie cose. Durante il breve tragitto li guardai. Erano una muraglia umana, tanti, alti ed in attesa delle mie mosse.
“Andiamo a fare lezione in giardino, professorè?” Provò il più coraggioso. Gli altri mi guardarono preoccupati.
“Forse domani” risposi e mi presentai.
Ero in piedi davanti a loro. Non ricordo cosa dissi, so solo che non feci alcuno sforzo, ho ancora la sensazione della naturalezza con cui parlavo e mi informavo delle loro preferenze letterarie. Mi scrutavano indagatori, cercavano di capire che tipo fossi, quanti anni avessi, giudicavano il mio abbigliamento, il modo in cui mi muovevo, nulla sfuggiva al vaglio critico dei loro sguardi. Anche io li scrutavo, la differenza di età tra di noi era minima, eppure il mio sguardo era molto diverso, cercavo di capire come stavo andando, nei loro sguardi cercavo la legittimazione del mio essere lì, una sorta di consacrazione che nessuno se non loro mi avrebbero potuto dare.
“Cosa state studiando di letteratura greca?”
“Abbiamo cominciato il teatro, ma appena cominciato…” Mai il teatro greco e la problematicità della sua origine mi sembrò così consolatorio…ero salva!
La campanella suonò inaspettata, cercai di superare le loro grida ed assegnare i compiti per l’indomani.
Uscirono quasi tutti, un gruppo si fermò ad aspettarmi, mi chiesero da dove venivo, risposi con cordialità e, continuando a chiacchierare, li salutai ed andai in sala professori con una leggerezza inaspettata. Non camminavo, lievitavo, finalmente sgombra di un fardello troppo ingombrante per le mie forze. “E’ andata!” dissi a me stessa con soddisfazione. Incontrai dei colleghi, rividi il Preside che mi chiese notizie. Lo rassicurai e lo ringraziai.
All’uscita trovai i ragazzi che si attardavano in giardino, mi stavano aspettando per vedere dove mi sarei diretta.
Uno di loro si avvicinò con la scusa dei compiti mi disse “Lei forse non sa dove si trova la fermata dei pulmann per Roma, se vuole l’accompagno io”. Lo ringraziai, e gli indicai la macchina con il mio accompagnatore. Si scusò ed arrossì fuggendo via, canzonato dai compagni.
“A professorè lo scusi s’è innamorato! Domani ce porta in giardino professorè?”

 
 
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