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    ESSERE INSEGNANTI

Frammenti di un discorso scolastico
Senza la pretesa di imitare il grande semiologo Roland Barthes, autore di un celebre libro il cui titolo ci siamo permessi di parafrasare, quello che segue è il tentativo di contribuire alla comprensione del vissuto dell'insegnante, a partire da una serie di frasi-tipo, luoghi comuni se si vuole, che tuttavia possono avere un grande valore, per quello che rivelano del modo in cui il professore percepisce il proprio ruolo, la propria immagine sociale. Alla fine di ogni paragrafo ci sono delle domande, che vogliono stimolare la discussione su questi temi tra i docenti.

Ti vengono in mente altre frasi-tipo? Contribuisci anche tu, inviandole a Comunic@scuola


Ah, che bel mestiere!
"Lei è insegnante? Che bel lavoro, sempre a contatto con i giovani!"

In un certo immaginario sociale, quella dell'insegnante é una professione diversa da tutte le altre: più che un lavoro, è una missione; l'insegnante ha nelle sue mani "le menti" dei giovani, e il compito delicatissimo di "plasmarle". Inoltre, il contatto con gli studenti pare che trasmetta al professore la giovinezza, quasi fosse un magico fluido dalle meravigliose virtù: freschezza, spontaneità, entusiasmo. Del resto, è una visione che non pochi insegnanti condividono; spesso è alla base della scelta di intraprendere questo mestiere. E certamente un fondo di vero c'è. Ma forse le cose non sono così semplici.
- Come vivete il rapporto con i giovani?
· In che modo il rapporto cambia, col passare degli anni?
· E' proprio vero che il contatto con gli studenti "mantiene giovani"?
- Quali sono le strategie comunicative, implicite o esplicite, attraverso le quali cercate di superare la barriera
  generazionale?


"Fa l'insegnante? Beato lei, un sacco di tempo libero!" (variante:beato lei, tre mesi di vacanze!)

Cosa fanno gli insegnanti, quando finiscono le lezioni? Secondo alcuni pedagogisti, e nell'aspettativa di studenti e famiglie, l'insegnante dovrebbe dedicarsi, nel resto della giornata, allo studio, alla preparazione delle lezioni e dei compiti, alla valutazione delle prove, al recupero degli studenti meno bravi, alla programmazione di attività extracurriculari, alla frequentazione di corsi di aggiornamento, alla navigazione su Internet, ecc. Esiste insomma un'immagine di "professore ideale", che non smette mai di pensare al proprio lavoro. Nella realtà, un professore é una persona che vive, come chiunque altro, una quotidianità fatta di incombenze, problemi grandi e piccoli, momenti di deconcentrazione e di demotivazione. Una persona che forse, dopo le ore di lezione, non ha né voglia né tempo di studiare, partecipare a riunioni, seguire seminari, organizzare progetti; che può essere, come normalmente accade, una persona che fa fatica a tenere il ritmo del lavoro. La distanza tra ciò che si è e il modello ideale può essere talvolta percepita con disagio; si invidiano i colleghi che sembrano corrispondere maggiormente al modello, e ci si chiede dove trovino il tempo e le energie per fare tutto. Ciò che più conta, il vissuto del tempo extrascolastico in qualche modo influisce sul modo in cui si è insegnanti, sul rapporto con ciò che si insegna, sulla comunicativa.
· Come è vissuto dagli insegnanti il tempo extrascolastico?
· In che modo il vissuto extrascolastico può costituire un fattore che facilita oppure ostacola le capacità
  comunicative?
· Come vivete il divario tra la vita quotidiana e i doveri dell'insegnante ideale?


"Il bello di questo lavoro è che quando chiudi la porta dell'aula…"
Il completamento della frase può subire delle varianti, ma la sostanza è la stessa: una volta chiusa la porta dell'aula, il professore può stabilire con i "suoi" studenti un rapporto privilegiato, esclusivo, sviluppando il suo lavoro come meglio crede, senza controlli ed interferenze. E' la famosa libertà d'insegnamento. Questa libertà significa parecchie cose. Libertà di scegliere i contenuti e i metodi, di verificare e di valutare; ma anche di comportarsi, di rapportarsi, di adottare stili comunicativi. Intanto, già il gesto stesso di "chiudere la porta" è un messaggio. La professione si restringe al rapporto d'aula; il resto (i rapporti con i colleghi, con le famiglie, con l'istituzione) diventa marginale, e viene vissuto come un fattore di disturbo: gli studenti che sembrano studiare "soltanto" le altre materie, i colleghi che "assegnano troppo", le interruzioni della didattica (visite culturali, attività di orientamento, ecc.) viste come "perdite di tempo prezioso", le attività pomeridiane vissute come nocive "distrazioni". Insomma, il professore chiude la porta dell'aula, ma il suo rapporto esclusivo con la classe è di fatto minacciato in mille modi.
· Cosa significa per voi, nel concreto della vita scolastica, libertà d'insegnamento?
· Come vivete il rapporto con la "vostra" classe?
· Può capitare di essere gelosi del rapporto che altri colleghi stabiliscono con i ragazzi?
· Come sono vissute le "interferenze"?

Vent'anni dopo


"Professoressa! Si ricorda di me?"
L'obiettivo di un insegnante delle superiori è di portare i suoi studenti all'esame di stato, e dunque di traghettarli verso l'università o il mondo del lavoro. Il più delle volte, l' insegnante perde di vista i suoi allievi. Persone con le quali si sono condivisi tre o perfino cinque anni, momenti belli e brutti, svaniscono nel nulla. E il professore non può sapere se il suo lavoro sia servito a qualcosa, se abbia aiutato i suoi ragazzi a farsi strada nella vita. Tutto l'enorme sforzo compiuto per "comunicare qualcosa" ha come risposta finale l'assenza di comunicazione: i ragazzi, dopo qualche fuggevole visita l'anno dopo l'esame, "non si fanno più vedere". E il professore assomiglia al naufrago il quale ha affidato il suo "messaggio nella bottiglia" ai flutti; per lui ogni studente è una domanda in attesa di risposta; e in molti casi, la sua attesa resterà delusa. Però le eccezioni ci sono. E di fronte al trentenne che improvvisamente gli chiede "si ricorda di me?", il professore, che non sempre si ricorda, ha la sensazione di aver ricevuto -sia pure con ritardo- la risposta che aspettava.
· Come vivete il distacco dai vostri studenti?
· Come vivete l'incontro con gli studenti diventati adulti?
· Vi capita di chiedere ai vostri ex-alunni quanto ha contato il vostro insegnamento nella loro vita? O vi aspettate che
   ve lo dicano?


"Il mio professore non è stato capace di farmi amare la materia"
L'insegnante può rappresentare un punto di riferimento e perfino un mito, ma può anche rappresentare una delusione, e restare nella memoria di chi lo ha vissuto da studente come un' esperienza anonima, o addirittura negativa. L'insegnante non è vissuto solo come uno specialista, un competente; ci si aspetta che trasmetta la passione per il sapere, e perfino una visione della vita.
· Nel vostro ricordo di studenti, ci sono professori "mitici", o professori deludenti? in che modo hanno inciso nella
  vostra scelta di fare l'insegnante?
· Quanto siete consapevoli delle aspettative prodotte dal vostro ruolo?
· In che misura il timore di non essere all'altezza incide sull'insegnamento?
· Come si fa a trasmettere una passione?

L'orario dei colloqui

"Guardi, la situazione di suo figlio…"
Arriva il momento in cui l'insegnante entra in contatto con l'adulto che sta dietro l'allievo. Per un professore, il colloquio con i genitori può essere una risorsa, la via per conoscere meglio il proprio studente; ma può anche essere un momento delicato, che crea tensione. Di fronte al genitore che, trepidante, chiede "mio figlio come va?", l'insegnante sa che da lui ci si aspettano delle spiegazioni, delle interpretazioni, delle soluzioni, dei rimedi. Tanto per cominciare, bisogna cercare il linguaggio giusto, pesare le parole, soprattutto se il ragazzo o la ragazza "non va bene". Il colloquio dunque non può essere soltanto il resoconto dei risultati, buoni o cattivi; esso apre la possibilità di superare il piano, un po' arido e spietato, della "misurazione della prestazione", per rassicurare il genitore, per fargli sentire che l'insegnante "ha a cuore" la situazione del figlio, che la situazione è ancora aperta e che ci sono delle possibilità.
· Che linguaggio, anche comportamentale, usate nei colloqui con i genitori?
· Siete a disagio se il genitore è anch'egli un insegnante?


"Mio figlio alle medie andava benissimo"

Può capitare il genitore che esordisce elogiando il professore, riportando il giudizio entusiastico del figlio o addirittura "di tutta la classe". Ma può capitare il genitore polemico, diffidente, che parte dal presupposto del "valore incompreso" del figlio. O forse si tratta di un genitore che sinceramente non riesce a capacitarsi del fatto che un ragazzo "così bravo", che "a casa legge tanto", trovi adesso difficoltà. Di fronte a questi atteggiamenti, che esplicitamente o implicitamente mettono in questione la validità del suo lavoro, l'insegnante -che non sempre ama dover rendere conto del suo operato, e si aspetta dall'utenza che accetti tutto senza protestare- prova disagio e può reagire anche vivacemente, sviluppando un atteggiamento difensivo. Il genitore, allora, viene vissuto come irrimediabilmente fazioso: egli tende a giustificare il figlio, a difenderlo oltre ogni evidenza; insomma, è incapace per partito preso di apprezzare l'oggettività e l'imparzialità del giudizio del docente.
· Come vivete gli elogi, e come le rimostranze?

 
 
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